Archive for maggio, 2011

Dylan: nel mezzo del cammino della vita di zio Bob.

Oggi Zimmy compie 70 anni, in un’orgia di inevitabili celebrazioni. Anch’io voglio farlo, ma a modo mio: rievocando l’album centrale della sua vita e della sua carriera, pubblicato a metà strada tra oggi e il 1941. Si chiamava Desire e correva il 1976.

Nel giorno del suo 70° compleanno e delle giuste, inevitabili celebrazioni, è difficile dire qualcosa di Bob Dylan che non sia banale. Più ancora dire qualcosa che non sia agiografico, né buonista.
Dunque facciamo piazza pulita, innanzitutto, dei nomignoli risaputi tipo menestrello o poeta di Duluth. Vade retro, voce di una generazione. Sciò alla retorica del duo sentimental-politico Dylan/Baez. Glissiamo pure sugli episodi arcinoti come l’epopea edificante di Like a rolling stone, l’”eretica” esibizione elettrica con Al Kooper e Mike Bloomfield al festival di Newport del 25 luglio 1965, l’incidente in moto del 1967. Più divertente la storia, ma non so se vera e comunque irrilevante, che abbia rifiutato di suonare a Woodstock perché il concerto era troppo vicino a casa sua. Belli, ma musicalmente forse meno decisivi, anche i momenti della sua conversione al cristianesimo e la manciata di album quasi gospel che ne seguirono, causa di non pochi maldipancia per i fan (e i critici) troppo legati alla figura del contestatore politicizzato. Per non parlare dell’incontro di Zimmy con il Papa Giovanni Paolo II, il 27 settembre del 1997.
Voglio invece parlare di Bob Dylan – e rendergli così in qualche modo omaggio – fissando un momento anche anagraficamente centrale della sua esistenza, il 1976.
Dylan ha trentacinque anni, esattamente la metà di adesso. E’ nel pieno del potenziale artistico ed espressivo. Ha superato la crisi della droga, la fine della contestazione, ha scollinato indenne sugli scogli del giovanilismo, è sfuggito al trascorrere delle mode. Ha appena pubblicato un album criticatissimo, che poi diventerà acclamatissimo (“Blood on the tracks”).
Ma nel ’76 se ne esce con un altro disco che personalmente giudico tra gli apici della sua carriera. Il disco della piena maturità, diretto, spoglio da omaggi a qualunque clichè, intimo e potente, vibrante e malinconico, senza ammiccamenti di maniera. Si intitola “Desire”. Read More »

Clash in Florence, 30th anniversary de luxe edition

23 maggio 1981 – 23 maggio 2011: c’ero allora e ci sono oggi. Fu un concerto epico, non tanto o non solo per la qualità della musica e l’importanza del gruppo, ma perchè fu uno spartiacque. Dopo tante premesse, musicalmente cominciarono lì gli anni ’80 fiorentini. Una stagione fertile.

Devo al post su FB di un amico e collega, Mauro Bonciani del Corriere Fiorentino, il ricordo di questa ricorrenza. Che non avevo dimenticato, ovviamente, ma di cui non rammentavo la data precisa. Ci ha pensato lui a farmi tornare la memoria e gliene sono grato.
I concerto dei Clash al Comunale di Firenze fu un evento storico per la città: non tanto e non solo per la qualità dell’esibizione, che onestamente non fu eccelsa, ma per l’atmosfera che vi si respirava. E perchè segnò la fine di un’epoca e l’apertura di un’altra: da un lato la chiusura della fase di definitivo sdoganamento di Firenze e dell’Italia come sede dei concerti rock, inaugurata con l’esibizione di Patti Smith nel medesimo stadio il 10 settembre di due anni prima, dopo il biennio horribilis 1977-1979, dall’altro l’inaugurazione della grande stagione musicale degli anni ’80 fiorentini, una scena vivace, proteiforme, eccitata ed eccitante, forse non sempre esaltante nei risultati, ma carica di adrenalina e di promesse.
Del concerto dei Clash vidi poco e non ascoltai molto. Passai gran parte del tempo nel backstage a parlare di musica e a cazzeggiare con Ernesto de Pascale (all’epoca mio broadcast mate a Radio Luna), Max Stefani, direttore del Mucchio Selvaggio (lo era ancora fino a qualche settimana fa, singolare caso di longevità professionale) e il suo braccio destro (nonchè allora penna di punta in materia di punk e new wave) Federico Guglielmi.
Si respirava un’atmosfera strana, quella sera. Folla delle grandi occasioni in curva Ferrovia (10mila, 13mila?), grandi fermenti nel retropalco. Progetti, idee. Read More »

The Who, meglio morire giovani o finire imbalsamati?

Il settimanale Panorama dedica alla leggendaria band inglese una vuota articolessa, solo perchè certe loro canzoni fanno da sigla alla serie tv C.S.I. E loro si prestano. Peccato. Li avremmo preferiti più sobri, più riservati, più vecchi.

Francamente non ho capito se era per fare pubblicità alla serie tv C.S.I. o se perché, in allegato al numero successivo della settimanale, era annunciato un doppio dvd dedicato alla storia del gruppo. Probabilmente per tutte e due le cose.
Fattostà che mi capita di sfogliare Panorama del 28 aprile scorso e di trovarci un articolo deprimente: “Siamo i vecchi del rock, ma se c’è da sfasciare una chitarra…”. Già il titolo era patetico. Occhiello: “Gli irriducibili: The Who”. Catenaccio: “L’incredibile epopea della band più longeva della musica. Che oggi, per festeggiare i 50 anni di carriera, si fa un regalo. Criminale…”.
Nel testo, firmato da Gianni Poglio, una penosa elencazione di luoghi comuni, “gesta” vecchie di decenni, probabile frutto di remote veline stampa e rimasticature da Bignami del r’n’r ad uso degli adolescenti di una volta, chitarre infrante e sballi, le intemperanze di Keith Moon tra tamburi e groupies, dichiarazioni improbabili del quasi settantenne Roger Daltrey (“Puoi essere un cadavere a 32 anni o uno che sa ancora far male con due cazzotti a 67”, mah…), evidentemente in preda a un delirio di onnipotenza dopo essere stato scritturato come una sorta di zelig per la solita serie poliziesca (guarda caso). Seguono citazioni ben oltre la soglia dell’ovvio, come “Spero di morire prima di diventare vecchio”, celebre verso tratto da “My generation” (1965).
Fine.
Tre pagine di rivista dedicate alle peggiori banalità che ruotano attorno al gruppo. Un gruppo grandioso, straordinario, dei miei più amati di sempre, ma semidefunto già dal 1978, con la scomparsa di Moon, e definitivamente dissoltosi con quella del bassista John Entwistle nel 2002. Per non dire dell’eclissi artistica, che nonostante un lungo e caldo tramonto risale ad almeno trent’anni fa.
Per carità, non ce l’ho con l’estensore del pezzo. Read More »

Martin Carthy e l’abbecedario della tradizione.

Lo snobismo è una brutta bestia, dalla quale non sono immune.
In ambito musicale, uno degli snobismi che più affligge gli appassionati e ammorba i collezionisti è l’atteggiamento di sufficienza verso i dischi antologici, le raccolte, i cosiddetti “best”. Una tipologia di cui, se non altro per ragioni di portafogli (e di reperibilità), agli esordi della propria passione nessuno degli odierni rocksnob, per dirla con Nick Hornby, ha però potuto fare a meno.
E il pensiero corre a certi album “Two originals” che, nei miei anni verdi, circolavano tra gli scaffali dei negozi soddisfacendo una duplice esigenza: costavano meno e riunivano sotto una sola copertina, ma apribile e quindi in qualche modo individuabile, dischi altrimenti introvabili singolarmente. Oltre che assai più costosi.
Tutto ciò mi è tornato in mente quando la Topic Records (qui), meritoria casa discografica specializzata nel folk britannico e nella musica etnica, mi ha fatto recapitare una copia di “Essential Martin Carthy”, il doppio cd antologico appena pubblicato per celebrare i settant’anni di uno dei padri della musica tradizionale inglese.
Un’edizione sobria, com’è nello stile di una casa che bada al sodo. Nulla di extralusso, nessun booklet da sfogliare come un messale, niente serigrafie d’artista. Solo, come dice lo strillo sul comunicato stampa, “a career overview spanning nearly five decades of career”: ovvero una carrellata su quasi cinquant’anni di carriera. Una silloge ragionata, insomma.
Non restava che mettere i dischetti nel lettore e lasciarli suonare.
Non possiedo la discografia completa di Carthy (che solo a proprio nome ha inciso, salvo errori, circa trentacinque titoli), ma buona parte. Eppure la disarmante semplicità dell’artista, la purezza del suono e del suo approccio diretto alla musica mi hanno sorpreso per l’ennesima volta. L’essenzialità e la sobrietà sono i connotati fondamentali di questo musicista, da sempre poco incline ai proscenii e alla visibilità che l’orbitare intorno all’industria discografica (visto che non si può propriamente dire che egli ne faccia organicamente parte) spesso comporta. Polistrumentista, chitarrista dotatissimo ma schivo, attento, sensibile, immerso fino all’autolesionismo commerciale nel suo mondo che qualcuno, tra il malizioso e l’oleografico, ha definito “the imagined village” (titolo, del resto, anche di un album collettivo a cui Carthy ha partecipato nel 2007, nonché di un gruppo di musicisti e produttori intenti a discutere sulla english folk tradition), il nostro non esita a dichiarare di porre al centro delle sue attenzioni la canzone. La canzone e basta: “Non sono un solista”, dice tra le note che accompagnano l’antologia. ”Sono un accompagnatore e l’unica cosa che mi interessa è farlo nel modo più giusto, cioè con lo stile e il senso della continuità che servono al cantante e alla musica”.
Voce limpida, senza orpelli né virtuosismi compiacenti o compiaciuti, Read More »

La (temporanea?) pace dei sensi di June e Lucinda.


C’è un velo di monotonia che ottunde i nuovi e quasi contemporanei album di due straordinarie (e diversissime) musiciste come Lucinda Williams e June Tabor. Una monotonia che nulla toglie alla bellezza dei dischi e alla grandezza delle carriere. Ma che ferisce, addolora e un po’ delude chi, come me, le ama profondamente da sempre.

C’è una coppia di musiciste, grandi ambedue, che sembrano – e forse sono – antitetiche (non solo geograficamente e stilisticamente parlando). Ma che in realtà hanno più di un punto in comune. La reputazione ineccepibile, ad esempio. Un alone di deferente e generale rispetto critico. Una carriera lunga, sofferta e costellata di capolavori. Una credibilità artistica condivisa e a tutto tondo. Una maturità espressiva assoluta e da tempo raggiunta.
Tutte e due hanno poi pubblicato di recente un nuovo album. Album belli, anzi molto belli. Almeno rispetto agli standard ordinari. I classici dischi che, se fossero firmati da un’esordiente, meriterebbero le canoniche quattro o cinque stelle e il bollino di raccomandazione da parte dell’estasiato recensore.
Ma che forse, ad un ascolto attento e disincantato, non sono dell’abituale livello. Manca loro qualcosa. O c’è qualcosa di troppo. E che all’orecchio sensibile finiscono, sebbene dopo molti sensi di colpa e ripetute titubanze, per apparire per ciò che con ogni probabilità sono: opere formalmente perfette, piene ma proprio per questo un po’ prevedibili, statiche, ferme, senza gli scatti e gli strappi, le lacerazioni, le secrezioni di sempre. Come se un impalpabile ma tenace velo di polvere ne ottundesse i bagliori emotivi o se gli spigoli delle canzoni risultassero appena, ma inesorabilmente limati, incapaci di ferire con la profondità a cui le due autrici ci avevano abituato.
Le musiciste si chiamano Lucinda Williams e June Tabor.
E per la prima volta in tanti anni, a poche settimane di distanza l’una dall’altra, mi hanno dato la sensazione di essere due artiste in stallo. Lo dico con dolore e una punta di smarrimento.
Ci pensavo l’altra sera, ascoltando in macchina i loro nuovi cd: “Blessed” di Lucinda Williams e “Ashore”di June Tabor.
O meglio, prima pensavo ai lontanissimi binari che separano e al tempo stesso appaiano le due. Americana, anzi americanissima la prima. Inglese, anzi pure british la seconda. Cantautrice Lucinda, interprete per antonomasia June. Solidamente legata al cosiddetto rock d’autore una, di profonde radici folk, poi evolutesi nel contemporaneo, l’altra. Con la comune tendenza – intrapresa ognuna seguendo un proprio e autonomo percorso – a confluire in quel vasto filone che si potrebbe definire musica adulta. Quasi letteraria. Figure di culto tutte e due, con seguito tanto largo quanto è sottile lo spazio commerciale che i loro generi e i loro dischi occupano nell’industria culturale.
Ma curva dopo curva, marcia dopo marcia, canzone dopo canzone mi sono accorto Read More »