Archive for giugno, 2011

EDIZIONE 2011: 12/7, Willie Nile “privato” e acustico. Solo per chi si prenota entro l’1/7: concerto+cena a 50 €!

Cambia la formula, non la musica: il CSRF lancia i “concerti in giardino”, date solo acustiche in case, parchi, residenze private. Riservati a chi si prenota in tempo e sottoscrive in anticipo la quota di partecipazione alle spese. Massimo 60 posti e cena con i musicisti inclusa nella quota. Si comincia con Willie: show buffet sotto il leccio di casa mia!

Cari amici,
per martedì 12 luglio è prevista nel giardino di casa mia la serata di apertura dell’edizione 2012 del Crete Senesi Rock Festival.
La formula? Rivoluzionaria e rivoluzionata: concerti a numero chiuso, in luoghi privati, riservati solo a chi avrà sottoscritto in anticipo la propria quota di partecipazione,  cena per tutti in compagnia dei musicisti e successivo show per “pochi eletti“.
Si comincia il 12/7 appunto con Willie Nile, che suona in duo acustico sotto il leccio del mio giardino: un concerto per massimo 60 tra amici o appassionati, in un’atmosfera intima e di grande fascino.
La serata prevede cena rustica a buffet dalle 20.30 alle 22 e la musica. Chiusura prevista alle 24.
Un concerto “on demand” insomma, che si svolgerà solo se entro il 1/7 sarà stato materialmente raccolto il numero minimo di adesioni per coprire le spese. Il costo, tutto compreso, è di 50 euro a testa.
L’evento è davvero eccezionale. Siete invitati tutti, voi e i vostri amici, ma è necessario che mi facciate sapere il vostro interesse al più presto e vi mettiate in contatto con me (info@cretesenesirockfestival.it) per avere indicazioni su come e a chi versare l’obolo. Confido nella partecipazione, soprattutto, la suggerisco! Fatevi vivi,
Stefano

Farewell a Clarence Clemons, l’omone di Asbury Park.

E’ morto a 69 anni Clarence Clemons, il sassofonista della E Street Band. Aveva avuto un ictus la settimana scorsa. Non ce l’ha fatta.

C’è altro da aggiungere? Nulla. Non ora almeno. E’ come quando si stacca un grosso pezzo di cornicione. Rivela di colpo le crepe sul muro, antiche e vaste. Stai lì a guardarle, col naso all’insù, accigliato e impotente.
Di Clemons conoscevamo tutto. L’agiografia e la biografia. L’orecchino e certe stravaganti acconciature. La vena istrionica e quel suo ruolo di rassicurante architrave nel gruppo del Boss. Quando la casa scricchiola, gli abitanti tremano. E dopo la dipartita di Danny Federici, questo è il secondo pezzo della E Street Band a segnare il passo.
E’ il momento di mettere su “New York city serenade” e di farla suonare a lungo.

fonte www.alta-fedelta.info

Dedicato a chi vorrebbe augurarti buon compleanno.

Oggi Nick Drake avrebbe compiuto 63 anni. Fatale chiedersi come sarebbe e che cosa ne sarebbe se fosse vivo. Una risposta potrebbe venire dalla lettura comparativa della sua fortuna critica. Spiegando i passi dell’inesorabile passaggio dal musicista al mito. “Fame is but a fruit tree / so very unsound…

Oggi sarebbe stato il 63° compleanno di Nick Drake. Già il 25 novembre scorso gli dedicai (qui) una nota, nella ricorrenza della scomparsa. Non voglio ripetermi, né diventare pedante su questo musicista amatissimo da molti (me compreso) ma capito da molti meno, come sempre accade quando l’artista lascia il posto al mito.
Sarebbe molto interessante se qualcuno studiasse meglio, spiegandolo, il fenomeno che ha portato un cantautore semisconosciuto, morto giovane e senza successo alcuno, a diventare nell’arco di vent’anni un’icona (quasi) pop.
Anche per questo, invece che all’ascolto, vorrei invitare oggi chi ne ha la possibilità alla lettura. A una lettura retrospettiva della fortuna critica di Drake. Andando a ripescare libri, vecchi articoli e recensioni. Quelli piuttosto oscuri e quasi calligrafici degli anni ’70, quelli pochi ed elegiaci degli anni ’80 e infine l’effluvio sognante e tracimante di quelli degli anni ’90 e dei primi di questo secolo.
Sarà illuminante, credo, cogliere la differenza di approccio.
Buon compleanno, Nick.

Fruit Tree

Fame is but a fruit tree
So very unsound.
It can never flourish
‘til its stock is in the ground
So men of fame
Can never find a way
‘til time has flown
Far from their dying day Read More »

Arte contemporanea e rock: chi li porta i pantaloni?

In una mostra al Centro Pecci di Prato la storia, per la verità un po’ lacunosa, di quarant’anni di abboccamenti e di strizzate d’occhio tra due pilastri dell’espressione artistica odierna. Più che una virtuosa simbiosi, il connubio però sembra a volte un matrimonio d’interesse. Con MTV a fare da celebrante.

C’è una domanda che nasce spontanea visitando “Live! L’arte incontra il rock”, la mostra inaugurata giorni fa al Pecci di Prato e dedicata agli intricati rapporti tra arte e musica (dal vivo e non solo): quo vadis? Cioè: dove vuoi andare a parare?
Una domanda destinata a restare però, non senza un po’ di delusione del vostro cronista, senza risposta.
Perché se è facile farsi emozionare da una galleria di memorabilia al sapore di “come eravamo”, o se è suggestivo pensare che tutto si sia aperto in concomitanza con certe storiche ricorrenze (il concerto fiorentino dei Clash del 23 maggio 1981, qui, oppure il 70° compleanno di Bob Dylan, qui, sebbene nessuno dei due sia stato – strano! – menzionato in catalogo), ad una riflessione più approfondita viene anche da chiedersi se e quanto, nella circostanza, il rock abbia funto soprattutto da scusa per parlare d’arte. O viceversa, magari. Senza che la mostra sia capace di offrirti, alla fine del percorso, la dimostrazione dell’esistenza, o almeno la proposta, di un reale fil rouge tra i due mondi, pur apparentemente tanto vicini e simultanei da sembrare intrecciati.
Aperta fino al 7 agosto dalle 16 alle 23, martedì escluso (ingresso gratuito, altre info qui) è un’esposizione esplicitamente pensata per il grande pubblico. E se è vero che, almeno dal punto di vista del costume, nel connubio fatalmente ambiguo tra arte e commercio, verità e scena, sostanza e apparenza, autentico e finto, tutto trova forse la sua sublimazione, è vero anche che a conti fatti “Live!” pare non inseguire affatto, come sulle prime si potrebbe pensare, obbiettivi documentari. Né le esigenze di completezza esegetica che renderebbero soddisfatti gli appassionati dei rispettivi generi.
E’ viceversa una mostra – conclusione solo apparentemente ovvia – che sembra prendere le mosse dall’arte più che dalla musica. La quale, capovolgendo i termini delle premesse, alla fine si ritrova a fare da sfondo alla prima, a fungerne quasi da scusa, da catalizzare, nel tentativo (questo certo riuscito) di offrire al visitatore una visione a volo d’uccello, come in un gioco di riflessi, tra suoni e reminiscenze, tra istantanee e riff, tra cultura di massa e industria del divertimento, sui fenomeni che trovano il loro mastice nella declinazione pop della musica e del correlato merchandising: i gadget, i videoclip, i poster, la grafica. Ovvero i frutti di un sentire e un’industria che sono in essenza, e contemporaneamente, scienza e mercato, consumo e produzione intellettuale, sintomo e malattia della società di oggi e dell’immediato ieri. E in cui l’arte, gli artisti, o chi aspira a diventarlo, sguazzano. Al punto da costituire il liquido amniotico, lo scenario sul quale la musica finisce inconsapevolmente per muoversi.
Insomma una sorta di galleria di suoni e luci adatta a tutti, dai 7 ai 70 anni, ma in cui saranno probabilmente i quarantenni a sentirsi più a loro agio, tra echi glam e nostalgie punk, reminiscenze grunge e un rigurgito costante di grandi icone pop: Vasco Rossi, Madonna, Bob Marley e Michael Jackson. Sono questi i mentori, il monito permanente, l’incombenza del music biz, sempre sospesi tra l’oleografia da adesivo catarifrangente e il mito, tra i sapori salati dell’età adulta e i retrogusti agrodolci dell’adolescenza.
Non è un caso, del resto, che più dei rapporti osmotici tra arte e musica emerga spesso, negli allestimenti, la contemporaneità dei fenomeni legati o generati dall’una e dall’altra, la loro convivenza e a volte connivenza in contesti paralleli, ma non sempre realmente comunicanti tra loro. Audio e video, tele e oggetti risultano così oggetti intersecanti e sovrapposti nelle loro diverse declinazioni, come colonne sonore del caos metaquotidiano in cui tutti siamo immersi.
Ed è per questo che a volte si fa fatica a seguire il filo del discorso espositivo. Un filo che a tratti – almeno da un punto di vista musicale – appare come detto anche inspiegabilmente lacunoso. Read More »