Archive for luglio, 2011

Marvin? He was an Amy Winehouse’s good friend…

E’ morta oggi a Londra. Non aveva ancora 28 anni. Ora cominciano le inevitabili beatificazioni. Ma resta sospeso il giudizio critico su un’artista che ha bruciato troppo in fretta un talento di cui era complice e traditrice al tempo stesso.

Soundtrack: I heard it through grapevine (Amy Winehouse & Paul Weller)

I “coccodrilli”, c’è da scommetterci, erano pronti da tempo. E domani ce li potremo leggere tutti, in un cocktail di celebrazioni, lacrime e retorica tanto simile a quelli, ben più alcolici, che con tanti eccessi hanno condotto precocemente alla tomba Amy Winehouse, morta oggi a Londra. Così come un cocktail era l’insieme di fattori, tanto sixties, che avevano portato alla celebrità la spigolosa artista britannica: talento, sregolatezza, prime pagine, scollature generose, gossip e una gran voce non sempre valorizzata dal materiale messole a disposizione in un music biz in cui l’apparenza ha ormai il fatale sopravvento su tutto il resto.
Aveva 28 anni, Amy Winehouse. Ed ora ha davanti a sé tutti i crismi per entrare nel mito.
Cantante idolatrata, ma in fondo poco compresa e forse perfino poco coltivata, ci lascia sepolta dai cascami del suo personaggio, spesso fastidiosamente glamour e a volte ingabbiato in un mainstream musicale destinato con ogni probabilità a starle stretto, ma con il quale sapeva e forse voleva convivere, per cavalcare fino in fondo la propria epopea.
Certamente nemmeno lei, però, pensava che quell’epopea sarebbe finita così in fretta. Nonostante le voci, verosimilmente destinate a restare tali, che la sua morte sia il frutto di un suicidio e non di una tragica fatalità. Overdose di droga, unita a una bomba alcolica. Chissà fino a che punto cercata, voluta, subita. Ma destinato in ogni caso a fungere da formidabile volano mediatico per una figura che nei media i sguazzava da sempre.
Per mettere a fuoco il giudizio artistico su un’incompiuta così macroscopica come è stata Amy Winehouse ci vorranno però parecchi anni e molta ponderazione. Occorrerà lasciar sedimentare l’emozione collettiva per la precoce scomparsa e la lunga scia commerciale che ne seguirà, con probabile appendice di incisioni inedite e rivelazioni di ogni tipo. Troppa roba per un’artista che in fondo lascia solo due album incisi in otto anni di carriera e una manciata di singoli di successo.
La sua stella ha brillato molto intensamente per un breve tempo. Difficile, oggi, dire se si sia spenta perchè aveva bruciato troppo in fretta tutta l’energia di cui era in possesso o se invece la sua vita sia implosa, schiacciata sotto suo stesso insopportabile peso.
Questa era Amy Winehouse. Prendiamola per ciò che fu. Il resto, per ora, lasciamolo ai necrofori e ai mercanti di musica.

fonte www.alta-fedelta.info

Il parco, l’Arno, il “Nilo”. E la solita luna vagabonda.

In inglese, “Nilo” si dice “Nile”. Proprio come Willie, il grande songwriter newyorkese. Che ieri sera si è esibito (a sorpresa, con la sua band) a Firenze, per l’house concert del Crete Senesi Rock & Random Festival 2011, sul prato di un “parco d’artista” e per il privilegio di chi ha scelto di esserci. Una nuova formula tutta da scoprire.

Prendi un grande parco costellato di cipressi e d’opere d’arte, sul greto del fiume, dove l’Arno è ancora pulito e la campagna intorno è verde scuro. Aggiungi una manciata di gazebo per cenare al tramonto. Mettici infine un piccolo palco per suonare e, davanti, cinquanta comode poltrone da giardino per godersi lo spettacolo.
Poi accendi l’interruttore, la scena s’illumina e scopri che dietro alla chitarra c’è Willie Nile, uno dei grandi del songwriting contemporaneo (“No one could walk the streets of New York prouder than my friend Willie Nile”, diceva qualcuno), con la band schierata a sorpresa alle sue spalle.
La serata comincia e la speranza è che duri il più possibile.
Questo è più o meno quello che è accaduto ieri sera al Pazzagli Art Park di Rovezzano. Dove gli amici della Scuola Esegetica Fiorentina (quorum ego) hanno organizzato la prima data del Crete Senesi Rock & Random Festival 2011, minirassegna di musica d’autore e senza fini di lucro che da quest’anno sperimenta l’inedita formula degli house concerts: spettacoli allestiti in case e giardini privati, solo per gli amici che si sono prenotati accettando di versare in anticipo la quota minima necessaria a coprire le spese. Non un estraneo, non uno “spettatore” in più. Tutta gente che ha voglia di stare insieme, cenare all’aria aperta e godersi la fortuna di avere grandi artisti che suonano per te, a pochi metri da te, dopo aver condiviso la cena con te.
E così per un’ora e mezzo Willie, Frankie Lee, Johnny Pisano e Jorge Otero ci hanno dato dentro, mezzi elettrici e mezzi acustici, sciorinando una serie di classici e i giusti omaggi (Buddy Holly, Jeff Buckley) all’empireo del r’n’r. Il tutto condito da contrappunti con il pubblico, battute, aneddoti e una professionalità che non ha mai fatto a pugni con la spontaneità e il piacere, anche per loro, di essere lì.
Poi, con la medesima naturalezza, hanno smontato gli strumenti e si sono fatti inghiottire dalla torrida notte fiorentina, dopo tanti cd autografati, una decina di plettri sparpagliati sul prato, qualche centinaio di strette di mano, promesse, saluti, arrivederci.
Una serata la cui scia è durata a lungo, senza che nessuno avesse voglia di andare a letto. Su tutto, una luna quasi piena come quella, vagabonda, della canzone. Solo che al parco eravamo tutti svegli e ben vivi. Un po’ per il caldo e molto per la musica. “…And we can go howlin’ ‘neath the vagabond moon…”.

fonte www.alta-fedelta.info

Alela, in bilico tra il selvaggio e il divino quotidiano.

Con il terzo album la Diane compie una svolta, sospesa tra il grande respiro della maturità e l’incognita del mutamento. Per la prima volta con un produttore vero, il disco fa il paio con il matrimonio, la nuova casa e una stabilizzazione emotiva che può, al tempo stesso, essere linfa o zavorra. Ma che per ora si fa apprezzare.

Un po’ Tanita Tikaram e un po’ se stessa, sempre accompagnata dalle tipiche inflessioni yodel che la presenza al suo fianco – per la prima volta da quando incide dischi – di un produttore vero e proprio (Scott Litt: ha lavorato con REM, Patti Smith, Counting Crows, Indigo Girls e Carly Simon tra gli altri) smussa soltanto, senza rimuoverle, Alela Diane affronta l’impegnativo scoglio del terzo album dopo due piccoli (e un pregevole 10”), venerati, devianti capolavori quasi underground come “Pirate’s Gospel” e “To be Still”. E lo fa affiancandosi una band, The Wild Divine, con la quale condivide il titolo e la titolarità del disco.
E lo fa a sorpresa, mettendosi anche quasi pericolosamente in gioco, visto che la cantautrice californiana non solo alla consolle si affida a persone diverse dal padre, finora sua fedele ombra artistica, ma che esce allo scoperto dopo una sorta di anno sabbatico, vissuto in luna di miele on the road col neomarito, il chitarrista Tom Bevitori, per allestire la sua nuova casa-nido-pensatoio di Portland.
E’ su di giri, Alela. Si sente. Ha le idee chiare. Lo confessa nelle stesse note di copertina. E soprattutto lo si avverte tra le tracce, dove si legge una sicurezza compositiva talvolta perfino sfrontata, a tratti pure incrinata da (forse inconsapevoli) piccole concessioni al mainstream, minuscoli granelli di sabbia che rendono le canzoni orecchiabilmente ruvide e le privano di quella patina di piacevole ingenuità divenuta un marchio di fabbrica delle precedenti incisioni. Ma contribuiscono anche, sull’altro versante, a regalare un album completo, rotondo, godibile. Capace a volte di ricordare per come si sviluppa, per il respiro generale, per la tensione e il richiamo a certe sonorità (mutatis mutandis naturalmente) alcune pietre angolari della carriera di altri grandi artisti, come lo fu ad esempio “Harvest” per l’immenso Neil Young.
Tuttavia è forse perfino ingiusto contestare a questa giovane cantautrice, fin troppo relegata dalla critica, più che da se stessa, nel novero dei bohemienne senza se e senza ma, l’entrata formale nel gran circo dell’industria discografica. Che circo, poi. Sarebbe meglio dire il circuito della musica professionistica. Facendo parte del quale, a questi livelli di popolarità, certo non si autosancisce la propria complicità con biz, né si tagliano per forza i cordoni ombelicali con le proprie radici.
Perché va detto che, ad un ascolto prolungato ed attento, con la mente sgombra dai preconcetti di chi si aspetta in ogni caso qualcosa di ruspante – come se in un musicista le idee, le influenze, gli umori, lo stile, l’ispirazione non si evolvessero mai, prendendo strade a volte anche molto diverse che in passato – questo “Wild Divine” esce a pieni voti: potente ma screziato nei toni, marchiato da un’inflessione genuinamente americana che nulla concede al risaputo e ci offre un’autrice nella sua piena maturità. Senza gli spigoli acerbi della sofferenza, forse. E senza toni gravi e taglienti di chi ha molto vissuto e suonato ed inciso. Ma in fondo non abbiamo nessuna prova che ciò fosse nelle reali corde artistiche di Alela.
Ha insomma, anzi avrebbe (se diventasse un best seller, cosa di cui onestamente dubitiamo, sebbene qualche potenziale ci sia) tutti i numeri per diventare un classico, questa terza opera della Diane: una produzione riconoscibile, corretta e non invadente, un suono vivace ma non troppo, né fastidiosamente colorato, canzoni dense della consueta, scintillante verve. E poi arrangiamenti coerenti, una strumentazione apprezzabilmente tradizionale e, in generale, un’ispirazione lirico-compositiva coesa, che non deraglia neppure nei pezzi stilisticamente meno prevedibili.
Senza dubbio, “Alela Diane & the Wil Divine” è un album-bivio, una biforcazione nella carriera della nostra. Una strada da cui difficilmente si torna indietro, se non rassegnandosi a rientrare nel limbo eroico, ma di solito poco gratificante, degli artisti di culto. Eufemismo, secondo alcuni, per definire le promesse mancate.
Per adesso godiamocelo. E poi vedremo se il matrimonio, il produttore, la casa vittoriana e una certa pace interiore ci lasceranno l’Alela che conoscevamo o ne faranno un sol boccone.

fonte www.alta-fedelta.info

12/7: il Festival diventa privato e va in trasferta a Firenze!

Tutto resta come annunciato ma…tutto cambia!

Per ragioni organizzative, e soprattutto per la nostra volontà di mantenere il festival un’occasione privata di incontro e conoscenza tra amici e amici degli amici, abbiamo deciso di seguire la strada degli home concert: esibizione fatte in casa, a numero chiuso, dove chi partecipa versa un contribuito che è solo l’equivalente al necessario per coprire le spese pro capite. Niente vendite nè prevendite, nessun pubblico spettacolo.
Non è un ridimensionamento ma, al contrario, un modo intelligente per evitare di trasformare un piacere da dilettanti (noi) in un business da professionisti.
Per questo il concerto del 12/7 si farà a Firenze, in un bellissimo parco privato in riva all’Arno.
Chi è interessato e vuole conoscere il programma, ci scriva al più presto (info@cretesenesirockfestival.it). Precedenza agli amici, fino ad esaurimento dei posti.
Ciao a tutti,

la Scuola Esegetica Fiorentina

Mi chiamo Jim, sono morto da 40 anni: forget me.

Il leader dei Doors oggi avrebbe compiuto 68 anni. Da giorni imperversano le celebrazioni in coincidenza, guarda caso, della tournee da ospizio di due dei suoi tre ex compagni di avventura. E così al povero Re Lucertola tocca levarsi ancora una volta da una tomba in cui probabilmente riposerebbe volentieri. Possibilmente indisturbato.

Il 30 marzo del 1980 feci il mio pellegrinaggio sulla tomba di Jim Morrison, nel cimitero parigino di Pere Lachaise. Timbrai il cartellino, misi il sigillo al rito di passaggio. Una passeggiata sulle foglie umide, tra i sepolcri dei grandi.
E già allora ebbi la sensazione di essere fuori posto.
Non erano passati neanche otto anni dalla morte dell’ex leader dei Doors, il 3 di luglio del 1971. Eppure tutto attorno a quella tomba di terra pesticciata, con i bordi di pietra sbilenchi e qualche scarabocchio vergato a pennarello, già aleggiava un alone vagamente surreale, incrostato di nostalgismo alla buona, di gioventù sfiorita, di stagioni irrimediabilmente trascorse e a volte anche spese male. Si respirava aria di venerazione, sì. Ma una venerazione da reduci, da vecchi commilitoni. Pareva che fossero trascorsi secoli. E che la forza del mito avesse di gran lunga superato lo spessore dell’artista.
Oggi, dal quel 3 luglio, di anni ne sono passati quaranta.
E forse, stavolta, tocca a lui sentirsi fuori posto. Provare un po’ di imbarazzo.
Nessun martire del rock and roll, del resto, ha avuto la chiassosa fortuna postuma di Morrison. Nemmeno Hendrix. Jimi era il “manico”, ma Jim è il “poeta”. Buono per tutti gli usi, va da sé. Dai catarifrangenti per l’Ape alle magliette da bancarella, accanto alla parrucca di Gullit e alla casacca di Ibra. Nemmeno Elvis, nemmeno Lennon hanno saputo suscitare un seguito commercialmente così sguaiato e florido. Forse Marley, non a caso suo compare nella ristretta e poco onorevole silloge dei divi da adesivo. Ma Marley è il sinonimo del “fumo”, non vale.
Jim Morrison invece è sinonimo di cosa? Alcool? Droga? Sballo? Vita dissoluta?
Mah. Non voglio addentrarmi qui sul valore di un musicista certamente non secondario, ma su cui è stato ormai scritto tutto. Addirittura troppo. E di un autore di cui ogni riga è stata declamata, entomologizzata, analizzata, celebrata, sviscerata, citata. Anche se Lester Bangs lo definiva “un vecchio ubriacone” già ai tempi di Morrison Hotel, 1970.
Vorrei fermarmi al simbolo. E chiedermi di cosa sia oggi simbolo di Jim Morrison. Uno che, certamente suo malgrado, continua a imperversare ovunque. E grazie alla quale, quasi mezzo secolo dopo il loro primo incontro losangeleno, gli ex colleghi Ray Manzarek e Robbie Krieger possono permettersi di vivere di rendita imbastendo tour gerontocratici per i principali festival europei e suonando stancamente canzoni-revival che stanno al 2011 più o meno come la fonovaligia Geloso sta all’I-pod. “Cheap thrills” li avrebbe definiti forse Janis Joplin, un’altra che non c’è più e che sta lì nell’empireo con Morrison.
Così, invece di restare sospeso tra le nuvole vaporose sulle quali la mitologia l’ha collocato, il povero Morrison viene ancora tirato per la giacchetta, rievocato senza requie dal medium del music-biz. Disturbato, probabilmente. E investito perfino di responsabilità che non ha, non ha mai avuto e non avrebbe mai voluto avere.
Un’icona, come si usa dire. Prigioniero di se stesso, il povero Re Lucertola.
Oggi avrebbe compiuto 68 anni. E, se potesse, probabilmente direbbe: “Mi chiamo Jim, sono morto da 40 anni. Dimenticatemi“.

fonte www.alta-fedelta.info