Archive for agosto, 2011

La sotterranea rinascita del vinile (e forse del libro).

Soundtrack: Late for the sky, Jackson Browne.

Sorpresa: nel 2010 il supporto con la maggiore diffusione è stato il caro, vecchio lp. Strano? Forse, ma mica tanto. Il 33 giri, nella sua materialità, aveva una ragione d’essere che va oltre la tecnologia. E ora, dicono, potrebbe fare da apripista alla rivincita del libro sull’e-book

Apprendo che il vinile è stato, nel 2010, il supporto che ha conosciuto la più ampia diffusione. Sarebbe un po’ come se il mezzo di trasporto più venduto nel medesimo anno fosse stato il calesse: una notizia da prima pagina!
Relegato, tra molti rimpianti (compresi i miei), prima tra il vecchiume, poi tra le anticaglie da collezionisti e quindi, snobisticamente, nello stucchevole alveo dei cosiddetti prodotti di nicchia, il vecchio lp si starebbe insomma prendendo la sua bella rivincita, con grande giubilo dei nostalgici inconsolabili.
Mi si dirà: è un boom apparente, legato ai piccoli numeri, perché in realtà la stragrande maggioranza delle musica, oggi, non si ascolta su supporti ma in digitale, sul web o tramite download.
Sarà.
Ma io resto convinto che la resurrezione del vinile abbia radici più complesse. E cioè che il vecchio 33 giri costituisca (e costituisse) l’equilibrio perfetto, la misura esatta del compromesso tra il contenitore e il contenuto, tra l’oggetto e la sua utilità. La sua materialità, le sue dimensioni, le sue proporzioni ora ingombranti e ora ridotte secondo i punti di vista e gli usi, la sua duttilità, il valore intrinseco non solo della musica, ma della copertina, della grafica, della confezione stessa gli conferiscono un fascino palpabile da cui l’utilizzatore è soggiogato.
Non è un caso, del resto, che ormai da tempo i plasticosi ed algidi cd, già assurti vent’anni fa a becchini del vinile, tendano sempre più ad assomigliare ai dischi di una volta, tentando di replicarne ossessivamente la cura estetica, le tasche, le varianti, i libretti interni, gli abbellimenti così tipici delle profumate buste di cartone. E che alcuni dei più importanti gruppi rock (mi vengono in mente i Rolling Stones, ad esempio) abbiano ripreso a pubblicare i loro album anche su vinile.
Non solo. Pare che la ritorno dell’lp possa fungere da apripista alla rinascita della carta come supporto di eccellenze per la lettura, con buona pace di tablet, i-pad e altre diavolerie elettroniche che l’industria del superfluo cerca di imporci come ineluttabili passi avanti nella presunta, asettica qualità della vita.
La carta è il nuovo vinile, insomma?
Non me lo chiedo solo io, è ovvio. La domanda se l’è fatta anche, come riporta una nota dell’Lsdi, John Bracken, direttore della Knight Foundation, alla Conferenza dell’Asian American Journalists Association. Ed è stata ripresa da diversi commentatori, fra cui anche Editor’s weblog, che ha riproposto l’ interrogativo: Is print the new vinyl?
Chi volesse approfondire la questione può farlo qui.
Io nel frattempo mi gusto il sapore dolciastro della rivincita, accendendo il vecchio ampli a valvole e mettendo in moto il giradischi. Trazione a cinghia, è sottinteso.

fonte www.alta-fedelta.info

Spanish Johnny. Cosmic Kid. E l’ing. arch. Gary W.

Mica è vero che su certe cose è stato già scritto tutto, detto tutto, letto tutto.
Il tempo che scorre, i titoli che si accumulano, il senno di poi sono anzi fonti inesauribili per nuove chiavi di lettura anche di ciò che ieri poteva sembrare consegnato alla fissità della storia.
Live at the Main Point, 1975” ad esempio – il celeberrimo bootleg ricavato dall’esibizione tenuta da Bruce Springsteen e la E Street Band il 5 febbraio di quell’anno lontano, considerata dai fan una delle più grandi performance del Boss che si ricordino – riaffiora oggi su doppio cd in quello che, distrattamente, potrebbe sembrare solo l’ennesimo, seppur goloso regalo per appassionati incanutiti e un po’ nostalgici.
Al quadretto non manca nulla: copertina giallina con grafica d’annata, foto vintage, una spruzzata di musicisti perduti (la violinista israeliana Suki Lahav, rimasta nel gruppo solo un semestre), cover potenti di canzoni un po’ oscure, versioni acerbe, ma già graffianti, di pezzi-simbolo della tradizione springsteeniana come “Jungleland” e di “Thunder Road” (nel disco chiamata ancora “Wings for wheel“), che avrebbero trovato poi forma compiuta e gloria su “Born to run“, l’album che proprio di lì a pochi mesi avrebbe consacrato Bruce sul proscenio internazionale.
E invece, a trentasei anni di distanza (mamma mia!), la registrazione si rivela non solo capace di destare le stesse straordinarie emozioni di sempre, ma anche di suscitare considerazioni nuove e ulteriori.
Scuote e a tratti perfino sbalordisce, ad esempio, la naturalezza con la quale, in un’epoca in cui secondo la vulgata critica più ortodossa il talento springsteeniano sarebbe stato ancora incompiuto, il leader e la band dimostrano invece di saper padroneggiare il materiale musicale, colpisce la duttilità con la quale riescono a reinterpretarlo, manipolandolo, dilatandolo, mutandone con disinvoltura estrema i toni, gli umori, e le cadenze secondo le necessità dello spettacolo. La romantica “Incident on 57th Street” diventa così una ballata intrisa di malinconia, “Kitty’s back” attinge direttamente agli echi delle big band e dei palcoscenici di Broadway. E non si parla qui di mera capacità tecnica, o di pur consumato “mestiere”, bensì di assimilazione profonda, di condivisione pura del “senso”, di assoluta empatia con il contesto. Un contesto oltretutto, quello del Main Point di Filadelfia, tutt’altro che facile per via del pubblico tradizionalmente esigente, l’atmosfera intima, la necessità di contemperare feeling e intrattenimento.
Su tutti, a parte la figura di un Bruce rauco e ancora magicamente sospeso tra l’insuperata inclinazione “wild & innocent” e la piena maturità, giganteggia il basso spesso sottovalutato di Gary W. Tallent, ora ingegnere e ora architetto, ora architrave e ora fregio di un suono galoppante, dilagante, luminoso e chiaroscurale al tempo stesso. Vero e proprio sutor, attento e compiaciuto regista che svisa, raccorda, sostiene, rilancia, Tallent è l’emblema di una E Street Band ancora in divenire (manca Miami Steve Van Zandt) ma con alle spalle una coesione già grande.
Era tutto ovvio, tutto noto?
Non credo. Quando il mito si appanna, o si offusca per l’effetto inesorabile del tempo, lo spirito critico può agire con più sottigliezza, a volte perfino con impietoso puntiglio. Ma in questo caso l’analisi entomologica non toglie un grammo di grandezza a questi solchi vecchi oltre un terzo di secolo. E diventa, ribaltando i fattori, la riprova di una grandezza limpida, consolante, priva di incrinature, capace di restituire certezze oltre l’ombra di qualsiasi amore incondizionato da fan.
E se qualcuno avesse dei dubbi, ascolti qui. Poi ne riparliamo.

fonte www.alta-fedelta.info