Archive for novembre, 2011

Quel giorno in cui Tommy Walker perse Ken Russell.

Soundtrack: “See me, feel me”, “Tommy” o.s.t.

E’ morto ieri il regista inglese che nel 1975 mise su pellicola la celeberrima rock-opera degli Who, un film che ha segnato l’immaginario musicale di molti. Compreso chi scrive. E questo rende tutto sommato superfluo chiedersi se fu vera gloria.

Non sono un appassionato né un esperto di cinema e quindi non so giudicare se Tommy, girato nel 1975 da Ken Russell, regista britannico scomparso ieri a 84 anni, sia davvero una grande pellicola o solo un episodio dal forte connotato generazionale.
Perché se la rock-opera degli Who, contenuta nel doppio, mitico lp del 1969, è giustamente considerata dai critici un caposaldo del genere e la “vera” storia in musica della saga del giovane Tommy Walker, è con la versione cinematografica che la vicenda entra nelle case e negli occhi del grande pubblico, grazie a una girandola di superstar ingaggiate per l’occasione (da Jack Nicholson a Elton John, da Ann Margret a Eric Clapton) e a una serie di scene-culto che per anni hanno riempito la fantasia visiva di milioni di spettatori, fino a farne un classico forse perfino più classico dell’originale.
Lo vidi per la prima volta nell’inverno 1975/76, poco più che quindicenne, ed è inutile dire che ne rimasi folgorato. Non riesco, maledizione!, a ricordarmi con chi, degli amici di allora e di oggi, ero in compagnia. Ma poiché un minisondaggio tra i più probabili ha dato esito negativo, non escludo neppure di averlo visto da solo: visto il periodo, non sarebbe così strano.
Che epopea, Tommy: la musica, il “messaggio” più o meno occulto che il film si pretendeva dovesse trasmettere, i riccioli dorati di Roger Daltrey e la band che spaccava gli strumenti sul palco, le labbra tremule di Tina Turner in trance, la trama epicamente palingenetica, la mistica del flipper, la statua di Marylin che crolla, il bombardamento in technicolor di un’epoca che, senza che ce ne accorgessimo, già trascoloriva lentamente dall’era dell’acido a quella della plastica. Tutto contribuiva a rendere quel film un anche evento di costume.
Un evento di costume al quale, va da sé, non ero minimamente interessato, sebbene la propaganda tendesse a enfatizzarne una portata trasgressiva forse inesistente e più di tutto sottolineasse il nome di quel regista, Ken Russell, che a me ovviamente allora non diceva nulla.
L’avrò rivisto, rivissuto, entomologizzato almeno trenta volte, Tommy. L’ho suonato migliaia di volte sul giradischi e centinaia sulla schiena del mio compagno di banco al ginnasio, usando le penne come bacchette della batteria di Keith Moon.
E poi ho visto tanti altri film di Russell. Nessuno dei quali, devo ammetterlo, ha mai sortito su di me un effetto minimamente paragonabile a quella rock-opera così epocale, in precario equilibrio tra pop e glam, rock and roll e Hollywood.
Scorrono i titoli di coda, ma la musica resta.
See me, feel me…

fonte www.alta-fedelta.info

Quell’essenza frivola avvolta nella pelle dell’Iguana.

Dopo Keith Richards in posa per Louis Vuitton, ecco il rugosissimo Iggy Pop firmare per la pubblicità del nuovo profumo di Paco Rabanne. La caduta degli dei, lo sgretolamento della leggenda? Magari. E’ tutto normale. Tranne la perdita della dignità. E vorrei sapere a che prezzo.

Prendo una freepress al bar e mi va il caffè di traverso: “Iggy Pop è il nuovo volto del profumo Paco Rabanne”.
Ma come, proprio lui? Quello raw and alive che Lester Bangs chiamava “sua maestà”, si appresta a divenire il concorrente dell’altro testimonial più rugoso del mondo, Keith Richards? Già, proprio lui.
Che tristezza.
L’iguana, il lussurioso, il selvaggio, il trasgressivo, l’uomo dalle mille ferite e dal petto pieno di cicatrici, il pazzo che si cospargeva di vernice e si rotolava lungo le pareti per dipingere la stanza finisce, sulla soglia dei sessantacinque anni, a pavoneggiarsi sulle pagine patinate delle riviste di moda a pubblicizzare la nuova essenza “Black XS l’Exces” dello stilista spagnolo.
E io che non avevo mai digerito il chitarrista degli Stones a fare il falso trasgressivo per Louis Vuitton, adagiato sulle lenzuola di una camera d’albergo a 5 stelle tra anelli, chitarre spente, bottiglie di Southern Comfort e quintali di epidermide raggrinzita in bella vista.
Bene (anzi male), ora tocca a James Newell Osterberg trasformarsi in pagliaccio e in manichino.
Per carità, il tempo passa, le teste cambiano, gli eroi incanutiscono. Non è il caso di fare moralismi. Il vecchio leone avrà bisogno di pagarsi la dentiera, avrà litigato con la casa discografica, se la passerà male.
Però è proprio vero che l’industria, come l’anagrafe, alla fine si ingoia tutti.
Già mi era parsa patetica la riunione degli Stooges e non a caso al povero Ron Asheton gli è preso un coccolone a furia di fare il rocker a sessant’anni.
Per carità, mica ne faccio una questione di coerenza. Chi ci ha mai creduto alla contestazione, al contropotere, ai rivoluzionari, al “messaggio”. Io ne faccio una banale questione di dignità. Quanto poi avrà mai offerto l’industriale dell’olezzo alla povera rockstar da indurlo a calare le brache in questo modo?
No, perché chi non avesse buona memoria potrebbe riascoltarsi questo…correva il 1973:

I’m a street walking cheetah with a heart full of napalm
I’m a runaway son of the nuclear A-bomb
I am a world’s forgotten boy
The one who searches and destroys
Honey gotta help me please
Somebody gotta save my soul
Baby detonate for me
Look out honey, ’cause I’m using technology
Ain’t got time to make no apology
Soul radiation in the dead of night
Love in the middle of a fire fight
Honey gotta strike me blind
Somebody gotta save my soul
Baby penerate my mind
And I’m the world’s forgotten boy
The one who’s searchin’, searchin’ to destroy
And honey I’m the world’s forgotten boyt
The one who’s searchin’, searchin’ to destroy
Forgotten boy, forgotten boy
Forgotten boy said hey forgotten boy.

fonte www.alta-fedelta.info