The Who, meglio morire giovani o finire imbalsamati?

Il settimanale Panorama dedica alla leggendaria band inglese una vuota articolessa, solo perchè certe loro canzoni fanno da sigla alla serie tv C.S.I. E loro si prestano. Peccato. Li avremmo preferiti più sobri, più riservati, più vecchi.

Francamente non ho capito se era per fare pubblicità alla serie tv C.S.I. o se perché, in allegato al numero successivo della settimanale, era annunciato un doppio dvd dedicato alla storia del gruppo. Probabilmente per tutte e due le cose.
Fattostà che mi capita di sfogliare Panorama del 28 aprile scorso e di trovarci un articolo deprimente: “Siamo i vecchi del rock, ma se c’è da sfasciare una chitarra…”. Già il titolo era patetico. Occhiello: “Gli irriducibili: The Who”. Catenaccio: “L’incredibile epopea della band più longeva della musica. Che oggi, per festeggiare i 50 anni di carriera, si fa un regalo. Criminale…”.
Nel testo, firmato da Gianni Poglio, una penosa elencazione di luoghi comuni, “gesta” vecchie di decenni, probabile frutto di remote veline stampa e rimasticature da Bignami del r’n’r ad uso degli adolescenti di una volta, chitarre infrante e sballi, le intemperanze di Keith Moon tra tamburi e groupies, dichiarazioni improbabili del quasi settantenne Roger Daltrey (“Puoi essere un cadavere a 32 anni o uno che sa ancora far male con due cazzotti a 67”, mah…), evidentemente in preda a un delirio di onnipotenza dopo essere stato scritturato come una sorta di zelig per la solita serie poliziesca (guarda caso). Seguono citazioni ben oltre la soglia dell’ovvio, come “Spero di morire prima di diventare vecchio”, celebre verso tratto da “My generation” (1965).
Fine.
Tre pagine di rivista dedicate alle peggiori banalità che ruotano attorno al gruppo. Un gruppo grandioso, straordinario, dei miei più amati di sempre, ma semidefunto già dal 1978, con la scomparsa di Moon, e definitivamente dissoltosi con quella del bassista John Entwistle nel 2002. Per non dire dell’eclissi artistica, che nonostante un lungo e caldo tramonto risale ad almeno trent’anni fa.
Per carità, non ce l’ho con l’estensore del pezzo. Il collega avrà certamente ricevuto precise disposizioni di scrivere quello che ha scritto. Cioè cose tiepide da settuagenari un po’ nostalgici e un po’ imbolsiti. Tommy è citato solo perché i due reduci del gruppo (Dio gli renda merito di esserci, ma a una certa età un po’ di riservatezza non guasterebbe) ne hanno eseguito di recente alcuni pezzi per un’iniziativa benefica. Quadrophoenia è menzionato solo come uno “dei loro album più iconici” (sic!), che i due aspirerebbero a portare in giro per un nuovo tour mondiale. Come se quel disco leggendario non avesse, negli anni giusti, già fatto il giro del mondo. Non una nota in più, non un rigo critico sul loro ruolo nella storia del rock, non una parola sugli altri album, non qualcosa di estraneo agli show, al glamour, allo star system. Il tutto per far concludere a Pete Townshend (classe 1945, ma che sa ancora suonare così) che “noi siamo sempre stati quelli che sfidano le convenzioni, l’età, le regole”. Ma per favore.
Don’t cry, it’s only teenage wasteland cantavano in effetti in Baba O’ Riley, una delle loro canzoni più belle.
Peccato che loro fossero ancora in quattro. E fosse il 1971.

fonte www.alta-fedelta.info

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