Dirk Hamilton, l’uomo che ha “un blues per tutti”.

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L’artista californiano, con il chitarrista dei Bluesmen Roberto Formignani, firma la seconda serata del “Rock & the Wine” di Clavesana, tappa langarola del CSRRF, nel segno del Dolcetto e della musica d’autore. Con un piccolo scoop finale.

Se la cosa non potesse suonare blasfema e rischiasse di far arrabbiare il parroco-rock, don Armando, si potrebbe dire che nella sua chiesa, quella di Sant’Anna alle Surie di Clavesana, aleggia un’atmosfera un po’ magica. Capace di creare un immediato filo diretto non solo tra il celebrante e i fedeli, cosa ovvia in un luogo di culto, ma anche tra due musicisti piovuti lì da appena un paio d’ore e 150 variegate persone prevalentemente interessate al mercato vinicolo. Convenute, tra curiosità e diffidenza, solo perchè qualcuno ce le aveva invitate.
Il fatto è che, per ammissione degli stessi artisti, quel filo diretto è nato davvero subito, dando vita a una sintonia e a un’intensità particolari che hanno condizionato – in meglio, va da sè – l’intera esibizione, fino a farne uno show di straordinaria intensità.
L’invitante in questo caso era Clavesana, la cantina per antonomasia del Dogliani docg e del Dolcetto. I musicisti erano Dirk Hamilton , uno dei grandi del songwriting americano, e il ferrarese Roberto Formignani, chitarrista dei Bluesmen. L’occasione era il concerto del duo organizzato, nell’ambito della rassegna “Rock & the Wine” della stessa cantina e in partnership con il nostro Crete Senesi Random Rock Festival. Il pubblico invece era la consueta, variopinta audience di produttori, agenti, giornalisti, amici e fan. Questi ultimi ammessi gratuitamente allo show (e alla successiva cena a base di specialità tipiche nel cortile dell’annessa scuola rurale, ora di proprietà di Clavesana) grazie a un’ormai collaudata formula che mette in palio ingressi gratuiti per i primi trenta che si prenotano chiamando la cantina.
Il risultato di quest’insolito mix è stato un concerto da ricordare a lungo, con un Dirk particolarmente ispirato, che ha mandato all’aria la scaletta prestabilita e ha proceduto – “random“, proprio come il festival – andando a pescare tra i meandri di un repertorio che si snoda tra 18 album e una carriera ormai quarantennale.
Una serie di ballate classiche, brani nuovi di zecca, canzoni scritte a quattro mani con il fido Roberto (se ne trova ampia traccia nel recentissimo “Most of the best of Dirk Hamilton & the Bluesmen” pubblicato dall’Acoustic Rock Records), standard del blues primordiale, sventagliate di armonica a bocca e un Formignani in vena di mai esondanti virtuosismi sia alla chitarra elettrica che alla dobro, hanno mostrato non solo un artista intriso del proverbiale lirismo e della nota, grande varietà di toni e radici, ma un musicista che non si risparmia, capace sempre di tirare fuori il meglio.
Da pelle d’oca “Everybody’s blues“, “Kalea“, “Phoebe“, “Mixed Up, Shook Up Girl” di Willy De Ville, bello il contraddittorio con il pubblico di un Dirk (“io voglio vivere qui“, ha detto) che a sorpresa si esprime in italiano, belli i lunghi bis e gli applausi che hanno accolto lui e il compare anche all’ingresso nel cortile, per la cena.
E pure al di là del già molto apprezzabile lato umano di un personaggio perfettamente consapevole, disponibile e sfaccettato, ogni volta a colpire sono il suo spessore artistico e una continuità tanto ispirativa quanto esecutiva che non mostra cenni di cedimento, nonostante i molti, non sempre felici decenni passati a cavalcioni dello show biz. E’ probabilmente grazie a questo che, nelle sue interpretazioni, ogni canzone sembra rinascere quasi come nuova, plasmarsi secondo lo stato d’animo del momento, assumere un nuovo respiro e un nuovo pathos, nuove sfumature, senza ombra di routine o di tiepida accondiscendenza.
Questa è almeno l’impressione che, per l’ennesima volta e in contesti o situazioni molto diversi tra loro, Hamilton ci ha sempre dato.
E’ successo anche sabato sera alle Surie, con la cappa di calore che nascondeva le Alpi e, allo stesso modo, la cortina del pubblico che impediva il riverbero nella grande chiesa di campagna, consentendo al suono di sgorgare inaspettatamente compatto e diretto (grazie anche allo zampino tecnico dell’abile Pierfranco Viviano) dagli strumenti e dalla voce dei musicisti.
La buona notizia – giornalisticamente parlando, un piccolo scoop – arriva alla fine. Anzi la mattina dopo. Quando Dirk ci confida che la rimpianta Appaloosa Record che fu del grande Franco Ratti sta per risorgere sotto il nome di Moonlight Records e che procederà alla ristampa di quasi tutti i titoli della sua discografia. E magari alla pubblicazione di qualche nuovo album del nostro.
Noi restiamo in attesa.

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