Jonathan Coe

Questa notte mi ha aperto gli occhi

Questa notte mi ha aperto gli occhi | Coe Jonathan
2010, Feltrinelli | € 7,50

William ha poco più di vent’anni e le frustrazioni di tanti giovani: odia il suo lavoro (commesso in un negozio di dischi), la città in cui vive (Londra), e la ragazza con cui sta è molto restia a concedersi. Candido e complicato come il giovane Holden, gran tiratardi nel capire le cose del mondo, ha solo un paio di amici e divide la casa con una tipa che non incontra mai e che comunica con lui attraverso bigliettini. Il suo unico conforto è fare musica ma, pur aspirando a diventare pianista di jazz, suona la tastiera in una rock band di sfigati che si ostina a storpiare le sue composizioni. In realtà il suo vero talento sembra essere un altro: perdere gli autobus, essere ignorato dai camerieri, dire sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato. Una sera, infatti, assiste involontariamente a un delitto commesso – a lui pare – da due nani. La caccia agli assassini lo porterà a una sorprendente scoperta, ma gli consentirà anche di ripensare alle proprie scelte di vita e di aprire finalmente gli occhi!


Caro Bogart

Caro Bogart

Caro Bogart. Una biografia | Coe Jonathan
2009, Feltrinelli | € 7,00

La biografia, la carriera, il mito di Humphrey Bogart attraverso la scrittura innamorata di un grande romanziere. Jonathan Coe ripercorre la carriera di Bogie dagli esordi teatrali ai grandi film della maturità e lascia emergere la formazione di quel personaggio cinico e sentimentale, capace di passare dalle atmosfere oblique del giallo alla commedia, dall’avventura al dramma romantico. Il Bogart di Coe, prima ancora che un interprete, è il portatore di un’umanità, di una virilità, di un modo di essere a cui scrittori, sceneggiatori e registi attingono cercando di arrivare al “vero” Bogart. La verità del personaggio si moltiplica, in realtà, in un gioco in cui agiscono il suo sorriso sospettoso e disarmante, la sua aggressività, la sua rabbia alcolica, l’amore tempestoso per le donne che, all’apparire di Lauren Bacall, sembra sedarsi in dolcezza e protettività. Coe scava fra immagine cinematografica e biografia, senza confondere i piani, cercando anzi dietro il suo successo un complesso e ricchissimo incastro di frequentazioni, di influenze, di messe a fuoco, quasi a dimostrazione che, dietro il protervo individualismo dei suoi personaggi, Bogart è stato un uomo permeabile, sensibile, capace di modellare e di farsi modellare. Nella lunga lista di film interpretati, ce ne sono di orribili. E ci sono dei capolavori. Ma il vero capolavoro è il resistere nel tempo di quel “far buon viso a cattivo gioco” di cui il suo volto è ancora il manifesto.


La pioggia prima che cada

La pioggia prima che cada | Coe Jonathan
2009, Feltrinelli | € 7,50

La Zia Rosamond non è più. È morta nella sua casa nello Shropshire, dove viveva sola, dopo l’abbandono di Rebecca e la morte di Ruth, la pittrice che è stata la sua ultima compagna. A trovare il cadavere è stato il suo medico. Aveva settantatré anni ed era malata di cuore, ma non aveva mai voluto farsi fare un bypass. Quando è morta, stava ascoltando un disco – canti dell’Auvergne – e aveva un microfono in mano. Sul tavolo c’era un album di fotografie. Evidentemente, la povera Rosamond stava guardando delle foto e registrando delle cassette. Non solo. Stava anche bevendo del buon whisky, ma… Accidenti, e quel flacone vuoto di Diazepam? Non sarà stato per caso un suicidio? La sorpresa viene dal testamento. Zia Rosamond ha diviso il suo patrimonio in tre parti: un terzo a Gill, la sua nipote preferita; un terzo a David, il fratello di Gill; e un terzo a Imogen. Gill e David fanno un po’ fatica a capire chi sia questa Imogen, perché prima sembra loro di non conoscerla, poi ricordano di averla vista solo una volta nel 1983, alla festa per il cinquantesimo compleanno di Rosamond. Imogen era quella deliziosa bimba bionda venuta con gli altri a festeggiare la padrona di casa. Sembrava che avesse qualcosa di strano. Sì, era cieca. Occorre dunque ritrovare Imogen per informarla della fortuna che le è toccata. Ma per quanti sforzi si facciano, Imogen non si trova. E allora non resta – come indicato dalla stessa Rosamond in un biglietto – che ascoltare le cassette incise dalla donna…


Questa notte mi ha aperto gli occhi

Questa notte mi ha aperto gli occhi

Questa notte mi ha aperto gli occhi | Coe Jonathan
2008, Feltrinelli | € 14,00

William ha poco più di vent’anni e le frustrazioni di tanti giovani: odia il suo lavoro (commesso in un negozio di dischi), la città in cui vive (Londra), e la ragazza con cui sta è molto restia a concedersi. Candido e complicato come il giovane Holden, gran tiratardi nel capire le cose del mondo, ha solo un paio di amici e divide la casa con una tipa che non incontra mai e che comunica con lui attraverso bigliettini. Il suo unico conforto è fare musica ma, pur aspirando a diventare pianista di jazz, suona la tastiera in una rock band di sfigati che si ostina a storpiare le sue composizioni. In realtà il suo vero talento sembra essere un altro: perdere gli autobus, essere ignorato dai camerieri, dire sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato. Una sera, infatti, assiste involontariamente a un delitto commesso – a lui pare – da due nani. La caccia agli assassini lo porterà a una sorprendente scoperta, ma gli consentirà anche di ripensare alle proprie scelte di vita e di aprire finalmente gli occhi!


Circolo chiuso

Circolo chiuso

Circolo chiuso | Coe Jonathan
2007, Feltrinelli | € 8,50
Alle soglie del capodanno del 2000 Claire Newman, reduce da un matrimonio fallito e da un lungo soggiorno in Italia, decide di tornare in Inghilterra, nella sua vecchia città di Birmingham. Pensa sia venuto il momento, dopo più di vent’anni, di scoprire definitivamente cosa sia successo a sua sorella Miriam, scomparsa misteriosamente nel 1978. Il libro, al tempo stesso seguito de “La banda dei brocchi” e romanzo in sé compiuto, conclude un’ideale trilogia costituita da “La banda dei brocchi” (dedicato agli anni Settanta) e da “La famiglia Winshaw” (dedicato agli anni Ottanta).


Donna per caso

Donna per caso

Donna per caso | Coe Jonathan
2007, Feltrinelli | € 7,00
er Maria non c’è nulla di certo. La sua vita è una sequenza di episodi accidentali. L’amicizia di chi la circonda non la smuove, e non la smuovono neppure le reiterate offerte di matrimonio da parte di Ronny, innamorato devoto. Le piace vivere dentro i confini che certamente sente come il suo mondo ma che altrettanto sicuramente sa non essere prodotto di una “sua” precisa volontà. Si laurea, si sposa, ha un figlio e continua a non capire come di quegli eventi si possa dire “la mia vita”. Esiste un grimaldello capace di far saltare l’apparente freddezza esistenziale di Maria? O tutto è destinato a finire com’è cominciato, vale a dire “per caso”? “Donna per caso” è il primo romanzo di Jonathan Coe.


La pioggia prima che cada

La pioggia prima che cada

La pioggia prima che cada | Coe Jonathan
2007, Feltrinelli | € 16,00La Zia Rosamond non è più. È morta nella sua casa nello Shropshire, dove viveva sola, dopo l’abbandono di Rebecca e la morte di Ruth, la pittrice che è stata la sua ultima compagna. A trovare il cadavere è stato il suo medico. Aveva settantatré anni ed era malata di cuore, ma non aveva mai voluto farsi fare un bypass. Quando è morta, stava ascoltando un disco – canti dell’Auvergne – e aveva un microfono in mano. Sul tavolo c’era un album di fotografie. Evidentemente, la povera Rosamond stava guardando delle foto e registrando delle cassette. Non solo. Stava anche bevendo del buon whisky, ma… Accidenti, e quel flacone vuoto di Diazepam? Non sarà stato per caso un suicidio? La sorpresa viene dal testamento. Zia Rosamond ha diviso il suo patrimonio in tre parti: un terzo a Gill, la sua nipote preferita; un terzo a David, il fratello di Gill; e un terzo a Imogen. Gill e David fanno un po’ fatica a capire chi sia questa Imogen, perché prima sembra loro di non conoscerla, poi ricordano di averla vista solo una volta nel 1983, alla festa per il cinquantesimo compleanno di Rosamond. Imogen era quella deliziosa bimba bionda venuta con gli altri a festeggiare la padrona di casa. Sembrava che avesse qualcosa di strano. Sì, era cieca. Occorre dunque ritrovare Imogen per informarla della fortuna che le è toccata. Ma per quanti sforzi si facciano, Imogen non si trova. E allora non resta – come indicato dalla stessa Rosamond in un biglietto – che ascoltare le cassette incise dalla donna…

La recensione de L’Indice
Una volta giunti all’ultima pagina di La pioggia prima che cada (e va lodata subito la nitida traduzione di Delfina Vezzoli), viene in mente una riflessione di Susan Sontag: “Prima di tutto, una fotografia non è soltanto un’immagine, un’interpretazione del reale; è anche un’impronta, una cosa riprodotta direttamente dal reale, come l’orma di un piede o una maschera mortuaria. Mentre un quadro, anche se rispetta i criteri fotografici della rassomiglianza, non fa mai nulla di più che enunciare un’interpretazione, una fotografia non fa mai niente di meno che registrare un’emanazione (onde luminose riflesse da oggetti), un’orma materiale del suo soggetto” (Sulla fotografia, 1973).
E infatti, al centro del suo sesto romanzo, Jonathan Coe colloca la descrizione puntigliosa di venti fotografie (in realtà, alcune sono diapositive e una foto ritrae un quadro: è quindi, in un certo senso, la descrizione di una descrizione) da parte di una narratrice ultrasettantenne, Rosamond, che la detta al microfono di un vecchio registratore a cassette acquistato nel 1970. Quando, però, la nipote Gill e le sue bisnipoti Catharine ed Elizabeth ne ascoltano la voce, Rosamond non esiste più. Una volta conclusa la registrazione (le parole che chiudono l’ultimo nastro non lasciano adito a dubbi sulla volontarietà del suo gesto estremo), ha ingerito un’abnorme quantità di sonniferi, ponendo fine a una vita ormai incrinata dal tedio di esistere. Ma Gill e le ragazze non erano le vere destinatarie dei suoi messaggi vocali né delle sue memorie. I nastri avrebbero dovuto raggiungere Imogen, conosciuta tanti anni prima, quando questa era ancora bambina e le aveva preso il cuore, anche e forse soprattutto perché le percosse che la madre naturale le avevano inferto in un accesso d’ira l’avevano resa cieca all’età di tre anni. Gill si metterà alla non facile ricerca di Imogen, basandosi sulle notizie e sui nomi di persone e luoghi contenuti nei nastri. La troverà, ma non ci sarà lieto fine. Pochi giorni prima di compiere i diciassette anni, la ragazza dal nome shakespeariano (Imogen, si ricorderà, è la soave protagonista del Cimbelino) era morta, investita da un’automobile.
Fra l’inizio e l’epilogo del libro, tragici entrambi e quindi in un certo senso sconsolanti, si distende una storia tutta di donne, che tocca con costante equanimità di giudizi temi complessi, come l’omoerotismo femminile e le trasformazioni radicali intervenute, in Gran Bretagna e nel mondo, entro il tessuto sociale e specificamente familiare negli anni compresi fra il 1938 (è la data della prima fotografia) e il presente nostri. Descrivendo le foto e pur mostrandosi consapevole del carattere sfuggente, enigmatico, di siffatti simulacri (“Che cosa ingannevole può essere una fotografia. Dicono che il ricordo giochi dei brutti tiri. Mai come una fotografia, a mio avviso. E adesso lascia che metta da parte questa fotografia menzognera, chiuda gli occhi, e ripensi a quel giorno”; “So che nelle foto si sorride sempre, ed è per questo che non dovremmo mai fidarci di ciò che ritraggono”), Rosamond descrive se stessa e le persone e gli eventi le cose di cui era fatto il suo mondo: alle persone restituisce la parola, gli oggetti li rende plastici interpretandoli con amoroso rispetto. Colpisce il rilievo dato agli abiti: le fogge delle gonne, le giacche, i maglioni, i cappelli. Eccola rievocare, per esempio, ciò che indossavano il fidanzato Maurice e l’amica Rebecca (ed è con lei che Rosamond, una volta scoperte le proprie tendenze omosessuali, vivrà la più importante storia d’amore della sua vita) in un inverno del 1952. E quindi gli utensili, i mobili, gli elettrodomestici dalle fogge divenute via via obsolete, tutti sopravvissuti – come è sempre avvenuto e sempre avverrà – ai loro proprietari, ma ripresi con dolente consapevolezza della propria fragilità da una memoria che desidera accoglierli dentro di sé come domestica, quasi tangibile proiezione di uomini e donne che un giorno ebbero respiro: sono le virgiliane lacrime delle cose che si sommano a quelle delle persone.
Ma l’intero racconto, punteggiato com’è di dubbi e di domande che Rosamond si pone su se stessa e su chi le è più vicino, intende anche dimostrare che la memoria e il passato sono dimensioni tutt’altro che inerti: non di rado inattendibile la prima, sempre deformato, il secondo, da ciò che le gioie e le percosse della vita, unendosi al torvo arbitrio della fatalità, hanno fatto di ciascuno di noi nel corso del tempo. Stefano Manferlotti


Circolo chiuso

Circolo chiuso

Circolo chiuso | Coe Jonathan
2005, Feltrinelli | € 16,00
Alle soglie del capodanno del 2000 Claire Newman, reduce da un matrimonio fallito e da un lungo soggiorno in Italia, decide di tornare in Inghilterra, nella sua vecchia città di Birmingham. Pensa sia venuto il momento, dopo più di vent’anni, di scoprire definitivamente cosa sia successo a sua sorella Miriam, scomparsa misteriosamente nel 1978. Il libro, al tempo stesso seguito de “La banda dei brocchi” e romanzo in sé compiuto, conclude un’ideale trilogia costituita da “La banda dei brocchi” (dedicato agli anni Settanta) e da “La famiglia Winshaw” (dedicato agli anni Ottanta).La recensione de L’Indice
Un romanzo della stanchezza, questo Circolo chiuso che fa da seguito, secondo quando dichiarato dallo stesso Coe in una nota d’apertura, al precedente La banda dei brocchi (Feltrinelli, 2002; cfr. “L’Indice”, 2002, n. 4). Un meccanismo dichiarato di fidelizzazione del lettore, dunque, tant’è che alla fine del volume è inserito un riassunto della “puntata precedente”, benché l’autore in un’intervista abbia dichiarato che non si tratta di un’operazione montata per sfruttare il successo dell’altro libro, bensì di aver avuto in mente sin dall’inizio un romanzo unico, poi diviso in due volumi perché non fosse eccessivamente pesante. Non c’è motivo di non credergli, ma questa seconda parte non è certo esente dalla pesantezza.
Pesantezza, stanchezza: in questa fotografia a distanza di vent’anni i personaggi hanno ovviamente perso la freschezza dell’adolescenza, perdita che si ripercuote sul ritmo narrativo prima ancora che sulle storie. Il tentativo di per sé interessante di allestire una sorta di saga dell’Inghilterra contemporanea si traduce in una trama decisamente macchinosa e gravida di colpi di scena, nonché di incastri improbabili con scomparse ricomparse e soluzioni di misteri, alla maniera di un feuilleton e poco in sintonia con il mélange di ironia e sofferenza esistenziale che l’autore dispensa pur con la consueta abilità.
L’aspetto politico del romanzo ruota intorno al personaggio di Paul Trotter, ritratto del laburista di destra per eccellenza, un clichè talmente esasperato che farebbe persino ridere se non si sapesse, anche per esperienza di casa nostra, quanto corrisponda al vero. Attraverso questo personaggio, Coe afferma l’impossibilità di distinguere tra la politica di destra e quella di sinistra, esprime la delusione nel constatare la continuità del New Labour di Tony Blair rispetto a Margaret Thatcher e ai conservatori degli anni novanta. Un’atmosfera di disillusione e impotenza che impregna tutto il romanzo, giocata sullo sfondo delle lotte contro la chiusura della Rover e i grandi eventi internazionali, l’11 settembre e soprattutto la decisione di allearsi agli Stati Uniti nella guerra in Iraq. Comunque, l’unica via d’uscita anche Paul Trotter la trova in un colpo di scena, una risoluzione sul piano “del personale”, come si sarebbe detto negli anni settanta, compiendo una scelta d’amore abbastanza sconvolgente e, dati i precedenti del personaggio e altre implicazioni del plot, davvero inverosimile.
Per fare solo un esempio del concatenamento di surreale e realismo sociale: il fratello maggiore di Paul, Ben, scompare e poi riappare perché non riesce a finire un suo romanzo impossibile, anzi l’”opera mondo” in cui si cimenta vanamente da decenni, basata sulla ricerca di nuovi linguaggi intrecciati con la musica. Cattolico convinto, o apparentemente tale, giunge a desiderare di farsi frate per sfuggire alla frustrazione, poi perde la fede, lascia la moglie, e magicamente ritrova l’unico grande amore della sua vita, una donna ora malata cronica, che casualmente è anche la madre dell’amante del fratello (e lui il padre, ma senza mai averlo saputo: una spruzzatina d’incesto, quindi, e per di più prima del fratello se ne era innamorato anche lui…).
Un romanzo stanco. (Giuliana Olivero)


La banda dei brocchi

La banda dei brocchi

La banda dei brocchi | Coe Jonathan
2004, Feltrinelli | € 8,50

Trotter, Harding, Anderton e Chase: sembra il nome di un prestigioso studio legale; in realtà si tratta di un quartetto di giovani amici, che frequenta un liceo elitario di Birmingham, quel tipo di scuola che preleva giovani intelligenti dal loro background ordinario e li fa atterrare in una classe sociale diversa da quella dei loro genitori. I ragazzi sono destinati a carriere importanti, mentre i genitori rimangono impantanati nel loro mondo di matrimoni sciovinisti, scontri sindacali, guerre di classe e di razza e ignoranza culturale. Siamo negli anni Settanta, anni in cui si susseguono sconvolgimenti sociali, lotte politiche, attentati dell’Ira. Su questo mare in tempesta cercano di destreggiarsi, con alterne fortune, i quattro ragazzi.

La recensione de L’Indice
Jonathan Coe, già critico cinematografico e saggista del “Guardian”, è ormai un personaggio di culto per le giovani generazioni. Nella recentissima tournée di presentazione del suo ultimo libro tradotto in italiano, La banda dei brocchi, è stato ricevuto da un pubblico femminile giovanissimo come fosse una rockstar. Quarantenne, alto, serio, riservato, Coe è naturalmente ben lungi dall’essere un eroe pop: è il suo pubblico che lo vede così.

Perché? Forse perché Coe sa scrivere di cose molto serie con un’ironia, un distacco formale che non possono non renderlo caro a una generazione irrimediabilmente stanca di sorrisi televisivi, di volgarità istituzionali, di ambiguità politiche; e forse perché sa affrontare la recente storia britannica come la conosce chi l’ha vissuta nella quotidianità del suo farsi, e dunque da semplice cittadino, senza la pretesa di capirla e giudicarla, ma pagandone ogni scotto in prima persona. Non saranno delle adolescenti ad aver vissuto la stagione prethatcheriana degli anni settanta, ma i loro genitori sì. Ed è forse per questo che la sua narrativa trova consenso fra numerosi rappresentanti delle più diverse generazioni.

Come che sia, Coe si è da anni messo al lavoro per stilare una sua piccola grande recherche nel tentativo di recuperare e descrivere la fin de siècle britannica. In La banda dei brocchi, appunto, gli anni settanta, in La famiglia Winshaw (1994; Feltrinelli, 1995) gli anni ottanta, e presto – ha avvertito Coe – rivedremo i protagonisti della “banda” ormai adulti negli anni novanta.

Per l’esattezza, come dice lui stesso, La banda dei brocchi è solo metà del libro che avrebbe voluto scrivere. Per ragioni editoriali si è limitato al decennio che si diceva, ma ha chiesto al suo editore (e ottenuto) che nell’ultima pagina venisse annunciato il seguito delle avventure dei suoi personaggi. Non è una pratica molto comune (ricordiamo una dozzina d’anni fa quel Texasville che riprendeva la storia dei protagonisti di L’ultimo spettacolo trent’anni dopo nella splendida scrittura di Larry McMurtry) in una civiltà che ha perso il senso del fluire e della continuità della storia. Ma Coe non è certo un rétro: la costruzione del suo ultimo romanzo rende il dovuto omaggio al crollo non solo delle regolari strutture temporali ma anche dei tutto sommato ben educati rallentamenti e accelerazioni degli scrittori modernisti, attingendo peraltro al ricchissimo magazzino fornito proprio dal cinema: zeppo di jump cuts, di improvvisi salti cronologici, di formidabili montaggi alternati (addirittura nella costruzione dei dialoghi), il romanzo è idealmente pensato come una sceneggiatura. Non nella forma, evidentemente, ma nella perfetta struttura a richiami, dove quel che accade – poniamo – a taluno nelle prime cinquanta pagine trova riscontro in ciò che accade ad altri in situazioni analoghe nelle ultime cinquanta.

La capacità di Coe nel combinare tecniche aggiornatissime con espedienti della narrativa più classica è sorprendente. Le innumerevoli volte che abbandona un qualche suo personaggio nel momento di maggior tensione e aspettativa assomigliano non poco alla tradizione cinematografica del cliffhanger, del film che tronca la sua narrazione mentre l’eroina è aggrappata a strapiombo a una roccia sotto la quale attendono famelici venti coccodrilli mentre verso di lei si sta affrettando urlante un’intera tribù di cannibali. Ma d’altro canto, si tratta di una tecnica che il cinema ha imparato dal feuilleton ottocentesco, quando nel porto di New York la gente si assiepava per comprare la copia del giornale appena giunto da Londra, nel quale finalmente si sarebbe potuto leggere come la piccola Dorritt si era cavata d’impaccio ancora una volta (e del resto l’ombra di Dickens si incunea volentieri nel testo: il linguaggio del professore che corteggia la madre di un allievo non è lontano dagli accenti di Mr. Micawber).

La piccola Dorritt, peraltro, non doveva vedersela con i coccodrilli. E nemmeno i protagonisti di Coe, i cui reiterati pericoli sono di norma inflessibili professori inglesi, adulterii parentali, titubanti corteggiamenti e altra piccola umanità. Ma vi sono anche azzardi di maggiore momento, come la bomba dell’Ira che tronca un amore bellissimo e grava come un’ombra indelebile su una delle famiglie dei giovani protagonisti.

La crudeltà della storia nei confronti della tenerezza del quotidiano, anzi, è uno dei temi più evidenti del romanzo, che non si perita di ritornare indietro al tempo dell’invasione nazista della Scandinavia per ribadire la tesi. E quand’anche non sia la storia a infierire sugli amanti, il caso o il destino o forse Dio ne assumono il ruolo, talché Benjamin, l’esponente più timido, introverso e poetico della banda titolare, modellato sull’autore stesso, verrà falciato (il romanzo lo lascia intendere senza informazioni circostanziali) da una malattia o da un incidente proprio quando, in piena tradizione Bildungsroman, è ormai in grado di voltarsi indietro e sorridere al ricordo delle vicissitudini passate grazie al coronamento di un sogno d’amore coltivato per anni e apparentemente senza speranza.

Ma attenzione, il livello intimistico del racconto è soltanto il filo che lega le vicende individuali dei quattro studentelli di Birmingham, la vita che scorre loro attorno e che troppe volte essi non sanno intendere. La vera interpretazione mancata, tuttavia, è quella del senso storico-sociale di quegli anni, che nella penna di Coe si presentano come puntuali prolegomeni all’arrivo del governo Thatcher. In uno scenario che ricorda in parte certi lungometraggi del Free Cinema fra i cinquanta e i sessanta (Anderson, Reisz, Richardson) – ma con un quadro della classe operaia e piccolo borghese britannica che ce la restituisce ben più consolidata e, ahimé, ben più conservatrice – osserviamo questi anni non più grigi ma ” brown “, come dice l’autore stesso. Viene in mente la centrata definizione di un altro intellettuale, Lewis Mumford, per il quale il titolo del suo studio delle arti in America, ” brown decades “, alludeva a una condizione dello spirito nella quale “il mondo interiore colorava il mondo esterno. L’atmosfera era a volte men che tragica; ma in fin dei conti, non era felice”. Coe infatti stempera ogni occasione di tragedia nel cromatismo marrone della “non felicità”. Dopotutto non è una trovata, ma una sorta di costante di tanta narrativa britannica degli ultimi vent’anni (è una suggestione cromatica, ad esempio, non estranea a McEwan) e comunque esprime bene il periodo che preparò l’entrata in scena della Thatcher.

Ma il libro ha a suo modo anche un messaggio di speranza. Chiuso com’è nella cornice che vede i figli di due dei personaggi incontrarsi e parlare a Berlino all’inizio degli anni Duemila (il romanzo, anzi, è in pratica il flashback dovuto al racconto di uno di loro), da quel punto di vista privilegiato – che rispetto al romanzo è quello del futuro – l’era Thatcher sembra lontana un secolo, e il lettore, dopo un bagno di 350 pagine nell’Inghilterra delle lotte sindacali alla Leyland e sapendo che di lì a poco quell’epoca sarebbe finita sotto il tallone della “signora di ferro”, si ritrova come Dorothy dopo l’uragano in una terra tranquilla e felice, o comunque moderna. È il modo che Coe ha divisato per esorcizzare lo spettro incombente di quegli anni e per dirci che tutte le Thatcher del mondo alla fine passano. Facciamone tesoro.


L'amore non guasta

L'amore non guasta

L’amore non guasta | Coe Jonathan
2003, Feltrinelli | € 7,00Robin si è laureato a Cambridge ma da oltre quattro anni sta preparando il dottorato a Coventry. Un male oscuro sembra consumarlo, forse il ricordo di un amore lontano e mai dichiarato che lo tortura come il primo giorno. Intorno a questo male e alla tesi di dottorato di cui nessuno ha mai visto una sola riga, monta un clima di catastrofe imminente. Basterebbe un “tocco d’amore”, forse.


La casa del sonno

La casa del sonno

La casa del sonno | Coe Jonathan
2003, Feltrinelli | € 8,00

Cuore di questo romanzo è un edificio abbarbicato in cima a uno scoglio a picco sull’oceano: la “casa del sonno” del titolo. Nei primi anni Ottanta è un alloggio per studenti universitari. E’ qui che si incontrano, si sfiorano o s’ignorano i destini dei personaggi.


Donna per caso

Donna per caso

Donna per caso | Coe Jonathan
2003, Feltrinelli| € 8,50

Per Maria non c’è nulla di certo. La sua vita è una sequenza di episodi accidentali. L’amicizia di chi la circonda non la smuove, e non la smuovono neppure le reiterate offerte di matrimonio da parte di Ronny, innamorato devoto. Le piace vivere dentro i confini che certamente sente come il suo mondo ma che altrettanto sicuramente sa non essere prodotto di una “sua” precisa volontà. Si laurea, si sposa, ha un figlio e continua a non capire come di quegli eventi si possa dire “la mia vita”. Esiste un grimaldello capace di far saltare l’apparente freddezza esistenziale di Maria? O tutto è destinato a finire com’è cominciato, vale a dire “per caso”? “Donna per caso” è il primo romanzo di Jonathan Coe.


La famiglia Winshaw

La famiglia Winshaw

La famiglia Winshaw | Coe Jonathan
2003, Feltrinelli | € 9,00Le atrocità di una famiglia britannica negli anni di Margaret Thatcher. E, insieme, le avventure di uno scrittore che, incaricato di ricostruire le vicende di questa famiglia, vi si ritrova invischiato, lui e i suoi fantasmi infantili, sino a misurare sulla propria pelle i meccanismi di potere e sopraffazione che hanno portato l’Inghilterra degli anni Ottanta allo sfascio.La recensione de L’Indice
recensione di Papuzzi, A., L’Indice 1995, n.11
recensione pubblicata per l’edizione del 1995

Per il “Times” è un libro “che fa rivivere la memoria di Charles Dickens, perché è tutto ciò che un romanzo dovrebbe essere: coraggioso, provocante, divertente, triste, e popolato da un bel gruppo di personaggi”. “What a Carve Up!”, titolo originale che significa a un dipresso “Che casino!”, è il dono d’un romanzo “spassoso, intricato, furibondo, commovente”, per il critico di “The Guardian”, mentre è una dichiarazione di impegno politico “con una sorta di furia raramente vista sulla nostra sfiancata scena domestica”, per il critico di “The Independent”. E sul “Daily Telegraph” si poteva leggere che la narrativa di Coe “è come un ‘patchwork’ di diverse forme, un ‘medium’ brillantemente seducente, per il suo sobrio messaggio”. Ai riconoscimenti della critica – non solo quelli qui citati – si sono aggiunte le cinquemila sterline vinte con il premio “The Mail on Sunday / John Llewellyn Rhys” e contratti di traduzione in almeno dieci paesi (tra cui Francia, Germania, Spagna, Svezia); ma questo giovane scrittore inglese, nato a Birmingham, trentaquattro anni, autore di altri tre romanzi e di due biografie cinematografiche dedicate a Humphrey Bogart e James Stewart, ha conosciuto anche un ragguardevole successo di pubblico, vedendo la sua creatura affermarsi nei primi posti dei ‘Top Ten’.
Insomma il romanzo di Coe ha sfondato. Ma in Italia no; tempestivamente edito nei “Canguri” di Feltrinelli, “La famiglia Winshaw” non ha avuto fortuna, n‚ presso la critica n‚ presso il pubblico. Uscito a maggio, fino a settembre ne hanno parlato, consigliandone la lettura, Paolo Bertinetti su “Linea d’Ombra”, Silvio Mizzi su “Cuore” e anche Alessandra Casella nella sua rubrica su “Oggi”. Per il resto, silenzio. Anche noi dobbiamo recitare il ‘mea culpa’, perché il romanzo è rimasto dimenticato sul mio tavolo, finché un giorno ho cominciato a leggerlo e non ho più smesso. La cosa singolare è che “La famiglia Winshaw”, ricchissimo di citazioni, sia cinematografiche – “What a Carve Up!” è il titolo di un vecchio film – , sia letterarie, è un agghiacciante e insieme esilarante ritratto di una famiglia thatcheriana, di banchieri, industriali, politici, galleristi, giornalisti, faccendieri, che si adatta perfettamente anche a un certo ceto italiano degli anni ottanta, tuttora arrembante, fra televisioni, finanziarie, giornali, partiti e chi più ne ha più ne metta. A prima vista, Coe possiede lo stesso gusto sferzante del paradosso che troviamo in Vonnegut, con la differenza che i paradossi fanno parte della normalità e della quotidianità: ridi, ridi, ma a ben pensarci quella che è in gioco è la nostra pelle. Non a caso la conclusione della storia sarà piuttosto malinconica.
Prima domanda: perché “La famiglia Winshaw” da noi è stato trascurato? Perché la recensione dell’”Economist”, pubblicata sul risvolto di copertina – che loda “la straordinaria abilità” nel fondere ‘detective story’ e horror gotico, farsa e satira – , non ha convinto i recensori e lettori italiani? In effetti “Che casino!” avrebbe incuriosito un po’ di più.


James Stewart. Un uomo qualunque in situazioni eccezionali | Coe Jonathan
1996, Gremese Editore | € 25,31


Humphrey Bogart. Suonala ancora Sam | Coe Jonathan
1992, Gremese Editore | € 28,41