Clavesana (CN), venerdì 4/1, ore 19.30: Jason McNiff.

Un concerto privato al quale però saranno ammessi gratuitamente i primi 40 fan che si prenoteranno. Tutte le info su www.siamodolcetto.it.

Originario dello Yorkshire e residente a Londra, insegnante, chitarrista e cantautore, Jason McNiff è uno dei musicisti più interessanti emersi dalla scena inglese dei primi anni 2000.
Autore di quattro album – l’ultimo dei quali, “April Cruel” (2011), acclamato come una delle più belle uscite dell’anno – McNiff riunisce in sé i crismi compositivi e vocali del classico american songwriting (da Elliott Murphy a Simon & Garfunkel, da Cohen all’inevitabile Dylan) con le inconfondibili radici british che si rintracciano nella sua vena narrativa e strumentale, figlia della tradizione e del folk revival.
E’ questa mancanza di schemi precostituiti a consentire all’artista, in concerto, una libertà imprevedibile, ove la perizia tecnica allo strumento e la spontaneità espressiva vanno a braccetto in una miscela di sottile humor, squarci visionari e raffinato storytelling.

Il concerto si svolgerà nella chiesa di Sant’Anna, frazione Surie, Clavesana (CN).
Gli inviti sono nominativi, soggetti a conferma e verificati all’ingresso.

Clavesana (CN), venerdì 11/1, ore 19.30: Willie Nile.

Un concerto privato al quale però saranno ammessi gratuitamente i primi 40 fan che si prenoteranno. Tutte le info su www.siamodolcetto.it.

Willie Nile (1948), trent’anni di carriera senza compromessi, è uno dei più rispettati cantautori americani. Dotato di una cultura letteraria venata di r’n’r e di un’anima folk che, come in tanti della sua generazione, spesso affiora, Nile è anche uno un sensibile interprete dello spirito newyorkese: “Nessuno può camminare per le strade di NY con più orgoglio di Willie Nile”, dice una nota critica a lui dedicata.
Avvezzo tanto al palco di star come il Boss quanto alle assi dei piccoli club del Village, Willie ha in Italia un seguito fedele. La sua carica emotiva e la sua voce sembrano fatte apposta per entrare in sintonia con l’atmosfera di Sant’Anna delle Surie, dove col placet di don Armando si esibirà in duo con Marco Limido.

Il concerto si svolgerà nella chiesa di Sant’Anna, frazione Surie, Clavesana (CN).
Gli inviti sono nominativi, soggetti a conferma e verificati all’ingresso.

Al termine del concerto, i 40 fortunati che si saranno assicurati un invito saranno ospiti di Clavesana anche per la cena a buffet che seguirà lo show!

Natale al sicuro tra dischi, amici e odori di una vita.

Inverno 1974/75, foto di Gabrio Corsoni

Il Natale del 1974 fu il primo che passai ascoltando dischi e chiedendoli in regalo. Oggetti dal profumo indimenticabile, come quello del ragù che cuoce la mattina presto. Questo è un omaggio a chi mi regalò quei primi dischi e ha popolato tutti i miei Natali da allora ad oggi.

Soundtrack: “Jesus was a cross maker“, Rachael Yamagata.

Nel 1974 non credevo più a Babbo Natale da un pezzo, ma ciò non mi esimeva da stilare liste ad uso parentale dalle quali i congiunti potessero attingere regali azzeccati.
Quell’anno – un difficile anno di cambiamenti, di riti di passaggio, di stadi di crescita, insomma di tutto – la mia lista includeva solo dischi. Nel senso di long playing è ovvio. Come a lungo accadde in seguito, anzi in pratica sempre, fino a quando non smisi di preparare elenchi natalizi.
Facendo uno scaltro calcolo dei parenti regalanti, della loro propensione alla spesa, della loro inclinazione a donare oggetti oppure l’universale succedaneo, cioè i quattrini, e anche del rischio derivante dal fatto che a una zia sprovveduta di rock and roll un furbo negoziante avrebbe saputo appioppare qualche schifezza fuori elenco, mi ero prefigurato l’entrata di una dozzina di pezzi: quattro direttamente in vinile e il resto, potenziale, in contanti.
Tutte le considerazioni si rivelarono azzeccate.
Tra gli LP mi arrivarono “Fragile” degli Yes, “Trespass” dei Genesis, “Atom Earth mother” dei Pink Floyd e, ahimè, la temuta prima fregatura: “Midnight Lightning” di Jimi Hendrix, al posto del bramato “Electric Ladyland”.
Nessuna traccia, ahimè, degli altri dischi richiesti: “Hot Rats” e “Absolutely Free” di Frank Zappa, di “Islands” dei King Crimson, “Stand Up” dei Jethro Tull, “In Rock” dei Deep Purple e “Four Way Street” di CSN&Y, che ovviamente acquistai in seguito con i contanti ricevuti (ma, lo sanno tutti, non è e soprattutto non poteva essere la stessa cosa).
E poiché, come scrive oggi uno che già allora era ed è rimasto uno dei miei amici più cari, “la tecnologia ha riprodotto video e audio per soddisfare vista e udito ma ancora niente per l’olfatto, il senso più primitivo, quello più distante dalla corteccia cerebrale e più vicino al cervello istintivo; l’occhio con la lettura e la visione dell’arte ha bisogno di un supporto pensante per trasformarsi in sensazione, già la musica bypassa molto del pensiero, con l’olfatto si raggiungono direttamente le sensazioni pure: l’olfatto è il vero google dei sensi, ti fa piombare in percezioni vivide prima ancora di capire a cose siano riferite, molti dei nostri ricordi sono associati ad odori“, io di quei dischi ricordo in effetti perfettamente l’odore: il vinile, la copertina, l’incarto ed il fiocco. E perfino il profumo inconfondibile di quella stanza, sospeso tra i sentori di ragù della cucina e quelli della naftalina negli armadi.
Ecco dunque fatto il programma per il pomeriggio di oggi: ascolto in sequenza di quei quattro LP.
Il modo più diretto per celebrare questo Natale, assieme a tutti quelli che ci sono stati tra oggi ed allora e a tutte le persone che li hanno popolati.
Ovunque esse siano.

fonte www.alta-fedelta.info

Quel giorno in cui Tommy Walker perse Ken Russell.

Soundtrack: “See me, feel me”, “Tommy” o.s.t.

E’ morto ieri il regista inglese che nel 1975 mise su pellicola la celeberrima rock-opera degli Who, un film che ha segnato l’immaginario musicale di molti. Compreso chi scrive. E questo rende tutto sommato superfluo chiedersi se fu vera gloria.

Non sono un appassionato né un esperto di cinema e quindi non so giudicare se Tommy, girato nel 1975 da Ken Russell, regista britannico scomparso ieri a 84 anni, sia davvero una grande pellicola o solo un episodio dal forte connotato generazionale.
Perché se la rock-opera degli Who, contenuta nel doppio, mitico lp del 1969, è giustamente considerata dai critici un caposaldo del genere e la “vera” storia in musica della saga del giovane Tommy Walker, è con la versione cinematografica che la vicenda entra nelle case e negli occhi del grande pubblico, grazie a una girandola di superstar ingaggiate per l’occasione (da Jack Nicholson a Elton John, da Ann Margret a Eric Clapton) e a una serie di scene-culto che per anni hanno riempito la fantasia visiva di milioni di spettatori, fino a farne un classico forse perfino più classico dell’originale.
Lo vidi per la prima volta nell’inverno 1975/76, poco più che quindicenne, ed è inutile dire che ne rimasi folgorato. Non riesco, maledizione!, a ricordarmi con chi, degli amici di allora e di oggi, ero in compagnia. Ma poiché un minisondaggio tra i più probabili ha dato esito negativo, non escludo neppure di averlo visto da solo: visto il periodo, non sarebbe così strano.
Che epopea, Tommy: la musica, il “messaggio” più o meno occulto che il film si pretendeva dovesse trasmettere, i riccioli dorati di Roger Daltrey e la band che spaccava gli strumenti sul palco, le labbra tremule di Tina Turner in trance, la trama epicamente palingenetica, la mistica del flipper, la statua di Marylin che crolla, il bombardamento in technicolor di un’epoca che, senza che ce ne accorgessimo, già trascoloriva lentamente dall’era dell’acido a quella della plastica. Tutto contribuiva a rendere quel film un anche evento di costume.
Un evento di costume al quale, va da sé, non ero minimamente interessato, sebbene la propaganda tendesse a enfatizzarne una portata trasgressiva forse inesistente e più di tutto sottolineasse il nome di quel regista, Ken Russell, che a me ovviamente allora non diceva nulla.
L’avrò rivisto, rivissuto, entomologizzato almeno trenta volte, Tommy. L’ho suonato migliaia di volte sul giradischi e centinaia sulla schiena del mio compagno di banco al ginnasio, usando le penne come bacchette della batteria di Keith Moon.
E poi ho visto tanti altri film di Russell. Nessuno dei quali, devo ammetterlo, ha mai sortito su di me un effetto minimamente paragonabile a quella rock-opera così epocale, in precario equilibrio tra pop e glam, rock and roll e Hollywood.
Scorrono i titoli di coda, ma la musica resta.
See me, feel me…

fonte www.alta-fedelta.info

Quell’essenza frivola avvolta nella pelle dell’Iguana.

Dopo Keith Richards in posa per Louis Vuitton, ecco il rugosissimo Iggy Pop firmare per la pubblicità del nuovo profumo di Paco Rabanne. La caduta degli dei, lo sgretolamento della leggenda? Magari. E’ tutto normale. Tranne la perdita della dignità. E vorrei sapere a che prezzo.

Prendo una freepress al bar e mi va il caffè di traverso: “Iggy Pop è il nuovo volto del profumo Paco Rabanne”.
Ma come, proprio lui? Quello raw and alive che Lester Bangs chiamava “sua maestà”, si appresta a divenire il concorrente dell’altro testimonial più rugoso del mondo, Keith Richards? Già, proprio lui.
Che tristezza.
L’iguana, il lussurioso, il selvaggio, il trasgressivo, l’uomo dalle mille ferite e dal petto pieno di cicatrici, il pazzo che si cospargeva di vernice e si rotolava lungo le pareti per dipingere la stanza finisce, sulla soglia dei sessantacinque anni, a pavoneggiarsi sulle pagine patinate delle riviste di moda a pubblicizzare la nuova essenza “Black XS l’Exces” dello stilista spagnolo.
E io che non avevo mai digerito il chitarrista degli Stones a fare il falso trasgressivo per Louis Vuitton, adagiato sulle lenzuola di una camera d’albergo a 5 stelle tra anelli, chitarre spente, bottiglie di Southern Comfort e quintali di epidermide raggrinzita in bella vista.
Bene (anzi male), ora tocca a James Newell Osterberg trasformarsi in pagliaccio e in manichino.
Per carità, il tempo passa, le teste cambiano, gli eroi incanutiscono. Non è il caso di fare moralismi. Il vecchio leone avrà bisogno di pagarsi la dentiera, avrà litigato con la casa discografica, se la passerà male.
Però è proprio vero che l’industria, come l’anagrafe, alla fine si ingoia tutti.
Già mi era parsa patetica la riunione degli Stooges e non a caso al povero Ron Asheton gli è preso un coccolone a furia di fare il rocker a sessant’anni.
Per carità, mica ne faccio una questione di coerenza. Chi ci ha mai creduto alla contestazione, al contropotere, ai rivoluzionari, al “messaggio”. Io ne faccio una banale questione di dignità. Quanto poi avrà mai offerto l’industriale dell’olezzo alla povera rockstar da indurlo a calare le brache in questo modo?
No, perché chi non avesse buona memoria potrebbe riascoltarsi questo…correva il 1973:

I’m a street walking cheetah with a heart full of napalm
I’m a runaway son of the nuclear A-bomb
I am a world’s forgotten boy
The one who searches and destroys
Honey gotta help me please
Somebody gotta save my soul
Baby detonate for me
Look out honey, ’cause I’m using technology
Ain’t got time to make no apology
Soul radiation in the dead of night
Love in the middle of a fire fight
Honey gotta strike me blind
Somebody gotta save my soul
Baby penerate my mind
And I’m the world’s forgotten boy
The one who’s searchin’, searchin’ to destroy
And honey I’m the world’s forgotten boyt
The one who’s searchin’, searchin’ to destroy
Forgotten boy, forgotten boy
Forgotten boy said hey forgotten boy.

fonte www.alta-fedelta.info