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Martin Carthy e l’abbecedario della tradizione.

Lo snobismo è una brutta bestia, dalla quale non sono immune.
In ambito musicale, uno degli snobismi che più affligge gli appassionati e ammorba i collezionisti è l’atteggiamento di sufficienza verso i dischi antologici, le raccolte, i cosiddetti “best”. Una tipologia di cui, se non altro per ragioni di portafogli (e di reperibilità), agli esordi della propria passione nessuno degli odierni rocksnob, per dirla con Nick Hornby, ha però potuto fare a meno.
E il pensiero corre a certi album “Two originals” che, nei miei anni verdi, circolavano tra gli scaffali dei negozi soddisfacendo una duplice esigenza: costavano meno e riunivano sotto una sola copertina, ma apribile e quindi in qualche modo individuabile, dischi altrimenti introvabili singolarmente. Oltre che assai più costosi.
Tutto ciò mi è tornato in mente quando la Topic Records (qui), meritoria casa discografica specializzata nel folk britannico e nella musica etnica, mi ha fatto recapitare una copia di “Essential Martin Carthy”, il doppio cd antologico appena pubblicato per celebrare i settant’anni di uno dei padri della musica tradizionale inglese.
Un’edizione sobria, com’è nello stile di una casa che bada al sodo. Nulla di extralusso, nessun booklet da sfogliare come un messale, niente serigrafie d’artista. Solo, come dice lo strillo sul comunicato stampa, “a career overview spanning nearly five decades of career”: ovvero una carrellata su quasi cinquant’anni di carriera. Una silloge ragionata, insomma.
Non restava che mettere i dischetti nel lettore e lasciarli suonare.
Non possiedo la discografia completa di Carthy (che solo a proprio nome ha inciso, salvo errori, circa trentacinque titoli), ma buona parte. Eppure la disarmante semplicità dell’artista, la purezza del suono e del suo approccio diretto alla musica mi hanno sorpreso per l’ennesima volta. L’essenzialità e la sobrietà sono i connotati fondamentali di questo musicista, da sempre poco incline ai proscenii e alla visibilità che l’orbitare intorno all’industria discografica (visto che non si può propriamente dire che egli ne faccia organicamente parte) spesso comporta. Polistrumentista, chitarrista dotatissimo ma schivo, attento, sensibile, immerso fino all’autolesionismo commerciale nel suo mondo che qualcuno, tra il malizioso e l’oleografico, ha definito “the imagined village” (titolo, del resto, anche di un album collettivo a cui Carthy ha partecipato nel 2007, nonché di un gruppo di musicisti e produttori intenti a discutere sulla english folk tradition), il nostro non esita a dichiarare di porre al centro delle sue attenzioni la canzone. La canzone e basta: “Non sono un solista”, dice tra le note che accompagnano l’antologia. ”Sono un accompagnatore e l’unica cosa che mi interessa è farlo nel modo più giusto, cioè con lo stile e il senso della continuità che servono al cantante e alla musica”.
Voce limpida, senza orpelli né virtuosismi compiacenti o compiaciuti, Read More »