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Quell’essenza frivola avvolta nella pelle dell’Iguana.

Dopo Keith Richards in posa per Louis Vuitton, ecco il rugosissimo Iggy Pop firmare per la pubblicità del nuovo profumo di Paco Rabanne. La caduta degli dei, lo sgretolamento della leggenda? Magari. E’ tutto normale. Tranne la perdita della dignità. E vorrei sapere a che prezzo.

Prendo una freepress al bar e mi va il caffè di traverso: “Iggy Pop è il nuovo volto del profumo Paco Rabanne”.
Ma come, proprio lui? Quello raw and alive che Lester Bangs chiamava “sua maestà”, si appresta a divenire il concorrente dell’altro testimonial più rugoso del mondo, Keith Richards? Già, proprio lui.
Che tristezza.
L’iguana, il lussurioso, il selvaggio, il trasgressivo, l’uomo dalle mille ferite e dal petto pieno di cicatrici, il pazzo che si cospargeva di vernice e si rotolava lungo le pareti per dipingere la stanza finisce, sulla soglia dei sessantacinque anni, a pavoneggiarsi sulle pagine patinate delle riviste di moda a pubblicizzare la nuova essenza “Black XS l’Exces” dello stilista spagnolo.
E io che non avevo mai digerito il chitarrista degli Stones a fare il falso trasgressivo per Louis Vuitton, adagiato sulle lenzuola di una camera d’albergo a 5 stelle tra anelli, chitarre spente, bottiglie di Southern Comfort e quintali di epidermide raggrinzita in bella vista.
Bene (anzi male), ora tocca a James Newell Osterberg trasformarsi in pagliaccio e in manichino.
Per carità, il tempo passa, le teste cambiano, gli eroi incanutiscono. Non è il caso di fare moralismi. Il vecchio leone avrà bisogno di pagarsi la dentiera, avrà litigato con la casa discografica, se la passerà male.
Però è proprio vero che l’industria, come l’anagrafe, alla fine si ingoia tutti.
Già mi era parsa patetica la riunione degli Stooges e non a caso al povero Ron Asheton gli è preso un coccolone a furia di fare il rocker a sessant’anni.
Per carità, mica ne faccio una questione di coerenza. Chi ci ha mai creduto alla contestazione, al contropotere, ai rivoluzionari, al “messaggio”. Io ne faccio una banale questione di dignità. Quanto poi avrà mai offerto l’industriale dell’olezzo alla povera rockstar da indurlo a calare le brache in questo modo?
No, perché chi non avesse buona memoria potrebbe riascoltarsi questo…correva il 1973:

I’m a street walking cheetah with a heart full of napalm
I’m a runaway son of the nuclear A-bomb
I am a world’s forgotten boy
The one who searches and destroys
Honey gotta help me please
Somebody gotta save my soul
Baby detonate for me
Look out honey, ’cause I’m using technology
Ain’t got time to make no apology
Soul radiation in the dead of night
Love in the middle of a fire fight
Honey gotta strike me blind
Somebody gotta save my soul
Baby penerate my mind
And I’m the world’s forgotten boy
The one who’s searchin’, searchin’ to destroy
And honey I’m the world’s forgotten boyt
The one who’s searchin’, searchin’ to destroy
Forgotten boy, forgotten boy
Forgotten boy said hey forgotten boy.

fonte www.alta-fedelta.info

Mi chiamo Jim, sono morto da 40 anni: forget me.

Il leader dei Doors oggi avrebbe compiuto 68 anni. Da giorni imperversano le celebrazioni in coincidenza, guarda caso, della tournee da ospizio di due dei suoi tre ex compagni di avventura. E così al povero Re Lucertola tocca levarsi ancora una volta da una tomba in cui probabilmente riposerebbe volentieri. Possibilmente indisturbato.

Il 30 marzo del 1980 feci il mio pellegrinaggio sulla tomba di Jim Morrison, nel cimitero parigino di Pere Lachaise. Timbrai il cartellino, misi il sigillo al rito di passaggio. Una passeggiata sulle foglie umide, tra i sepolcri dei grandi.
E già allora ebbi la sensazione di essere fuori posto.
Non erano passati neanche otto anni dalla morte dell’ex leader dei Doors, il 3 di luglio del 1971. Eppure tutto attorno a quella tomba di terra pesticciata, con i bordi di pietra sbilenchi e qualche scarabocchio vergato a pennarello, già aleggiava un alone vagamente surreale, incrostato di nostalgismo alla buona, di gioventù sfiorita, di stagioni irrimediabilmente trascorse e a volte anche spese male. Si respirava aria di venerazione, sì. Ma una venerazione da reduci, da vecchi commilitoni. Pareva che fossero trascorsi secoli. E che la forza del mito avesse di gran lunga superato lo spessore dell’artista.
Oggi, dal quel 3 luglio, di anni ne sono passati quaranta.
E forse, stavolta, tocca a lui sentirsi fuori posto. Provare un po’ di imbarazzo.
Nessun martire del rock and roll, del resto, ha avuto la chiassosa fortuna postuma di Morrison. Nemmeno Hendrix. Jimi era il “manico”, ma Jim è il “poeta”. Buono per tutti gli usi, va da sé. Dai catarifrangenti per l’Ape alle magliette da bancarella, accanto alla parrucca di Gullit e alla casacca di Ibra. Nemmeno Elvis, nemmeno Lennon hanno saputo suscitare un seguito commercialmente così sguaiato e florido. Forse Marley, non a caso suo compare nella ristretta e poco onorevole silloge dei divi da adesivo. Ma Marley è il sinonimo del “fumo”, non vale.
Jim Morrison invece è sinonimo di cosa? Alcool? Droga? Sballo? Vita dissoluta?
Mah. Non voglio addentrarmi qui sul valore di un musicista certamente non secondario, ma su cui è stato ormai scritto tutto. Addirittura troppo. E di un autore di cui ogni riga è stata declamata, entomologizzata, analizzata, celebrata, sviscerata, citata. Anche se Lester Bangs lo definiva “un vecchio ubriacone” già ai tempi di Morrison Hotel, 1970.
Vorrei fermarmi al simbolo. E chiedermi di cosa sia oggi simbolo di Jim Morrison. Uno che, certamente suo malgrado, continua a imperversare ovunque. E grazie alla quale, quasi mezzo secolo dopo il loro primo incontro losangeleno, gli ex colleghi Ray Manzarek e Robbie Krieger possono permettersi di vivere di rendita imbastendo tour gerontocratici per i principali festival europei e suonando stancamente canzoni-revival che stanno al 2011 più o meno come la fonovaligia Geloso sta all’I-pod. “Cheap thrills” li avrebbe definiti forse Janis Joplin, un’altra che non c’è più e che sta lì nell’empireo con Morrison.
Così, invece di restare sospeso tra le nuvole vaporose sulle quali la mitologia l’ha collocato, il povero Morrison viene ancora tirato per la giacchetta, rievocato senza requie dal medium del music-biz. Disturbato, probabilmente. E investito perfino di responsabilità che non ha, non ha mai avuto e non avrebbe mai voluto avere.
Un’icona, come si usa dire. Prigioniero di se stesso, il povero Re Lucertola.
Oggi avrebbe compiuto 68 anni. E, se potesse, probabilmente direbbe: “Mi chiamo Jim, sono morto da 40 anni. Dimenticatemi“.

fonte www.alta-fedelta.info