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Quel giorno in cui Tommy Walker perse Ken Russell.

Soundtrack: “See me, feel me”, “Tommy” o.s.t.

E’ morto ieri il regista inglese che nel 1975 mise su pellicola la celeberrima rock-opera degli Who, un film che ha segnato l’immaginario musicale di molti. Compreso chi scrive. E questo rende tutto sommato superfluo chiedersi se fu vera gloria.

Non sono un appassionato né un esperto di cinema e quindi non so giudicare se Tommy, girato nel 1975 da Ken Russell, regista britannico scomparso ieri a 84 anni, sia davvero una grande pellicola o solo un episodio dal forte connotato generazionale.
Perché se la rock-opera degli Who, contenuta nel doppio, mitico lp del 1969, è giustamente considerata dai critici un caposaldo del genere e la “vera” storia in musica della saga del giovane Tommy Walker, è con la versione cinematografica che la vicenda entra nelle case e negli occhi del grande pubblico, grazie a una girandola di superstar ingaggiate per l’occasione (da Jack Nicholson a Elton John, da Ann Margret a Eric Clapton) e a una serie di scene-culto che per anni hanno riempito la fantasia visiva di milioni di spettatori, fino a farne un classico forse perfino più classico dell’originale.
Lo vidi per la prima volta nell’inverno 1975/76, poco più che quindicenne, ed è inutile dire che ne rimasi folgorato. Non riesco, maledizione!, a ricordarmi con chi, degli amici di allora e di oggi, ero in compagnia. Ma poiché un minisondaggio tra i più probabili ha dato esito negativo, non escludo neppure di averlo visto da solo: visto il periodo, non sarebbe così strano.
Che epopea, Tommy: la musica, il “messaggio” più o meno occulto che il film si pretendeva dovesse trasmettere, i riccioli dorati di Roger Daltrey e la band che spaccava gli strumenti sul palco, le labbra tremule di Tina Turner in trance, la trama epicamente palingenetica, la mistica del flipper, la statua di Marylin che crolla, il bombardamento in technicolor di un’epoca che, senza che ce ne accorgessimo, già trascoloriva lentamente dall’era dell’acido a quella della plastica. Tutto contribuiva a rendere quel film un anche evento di costume.
Un evento di costume al quale, va da sé, non ero minimamente interessato, sebbene la propaganda tendesse a enfatizzarne una portata trasgressiva forse inesistente e più di tutto sottolineasse il nome di quel regista, Ken Russell, che a me ovviamente allora non diceva nulla.
L’avrò rivisto, rivissuto, entomologizzato almeno trenta volte, Tommy. L’ho suonato migliaia di volte sul giradischi e centinaia sulla schiena del mio compagno di banco al ginnasio, usando le penne come bacchette della batteria di Keith Moon.
E poi ho visto tanti altri film di Russell. Nessuno dei quali, devo ammetterlo, ha mai sortito su di me un effetto minimamente paragonabile a quella rock-opera così epocale, in precario equilibrio tra pop e glam, rock and roll e Hollywood.
Scorrono i titoli di coda, ma la musica resta.
See me, feel me…

fonte www.alta-fedelta.info

The Who, meglio morire giovani o finire imbalsamati?

Il settimanale Panorama dedica alla leggendaria band inglese una vuota articolessa, solo perchè certe loro canzoni fanno da sigla alla serie tv C.S.I. E loro si prestano. Peccato. Li avremmo preferiti più sobri, più riservati, più vecchi.

Francamente non ho capito se era per fare pubblicità alla serie tv C.S.I. o se perché, in allegato al numero successivo della settimanale, era annunciato un doppio dvd dedicato alla storia del gruppo. Probabilmente per tutte e due le cose.
Fattostà che mi capita di sfogliare Panorama del 28 aprile scorso e di trovarci un articolo deprimente: “Siamo i vecchi del rock, ma se c’è da sfasciare una chitarra…”. Già il titolo era patetico. Occhiello: “Gli irriducibili: The Who”. Catenaccio: “L’incredibile epopea della band più longeva della musica. Che oggi, per festeggiare i 50 anni di carriera, si fa un regalo. Criminale…”.
Nel testo, firmato da Gianni Poglio, una penosa elencazione di luoghi comuni, “gesta” vecchie di decenni, probabile frutto di remote veline stampa e rimasticature da Bignami del r’n’r ad uso degli adolescenti di una volta, chitarre infrante e sballi, le intemperanze di Keith Moon tra tamburi e groupies, dichiarazioni improbabili del quasi settantenne Roger Daltrey (“Puoi essere un cadavere a 32 anni o uno che sa ancora far male con due cazzotti a 67”, mah…), evidentemente in preda a un delirio di onnipotenza dopo essere stato scritturato come una sorta di zelig per la solita serie poliziesca (guarda caso). Seguono citazioni ben oltre la soglia dell’ovvio, come “Spero di morire prima di diventare vecchio”, celebre verso tratto da “My generation” (1965).
Fine.
Tre pagine di rivista dedicate alle peggiori banalità che ruotano attorno al gruppo. Un gruppo grandioso, straordinario, dei miei più amati di sempre, ma semidefunto già dal 1978, con la scomparsa di Moon, e definitivamente dissoltosi con quella del bassista John Entwistle nel 2002. Per non dire dell’eclissi artistica, che nonostante un lungo e caldo tramonto risale ad almeno trent’anni fa.
Per carità, non ce l’ho con l’estensore del pezzo. Read More »